• 11/07/2018

Fahrenheit 451, tutto cominciò con una passeggiata

Fahrenheit 451, tutto cominciò con una passeggiata

Fahrenheit 451, tutto cominciò con una passeggiata 1024 723 alemezlo
Come tutti i capolavori, “Fahrenheit 451” si porta appresso una condanna. E sì, perché il romanzo di Ray Bradbury è ormai diventato modo di dire, punto di riferimento dell’immaginario collettivo, simbolo e stereotipo. Un po’ come il povero Franz Kafka, tirato in ballo quasi sempre a sproposito nelle più diverse circostante definite, alla leggera, kafkiane. Così, il libro che racconta un futuro dove non c’è più posto per la carta stampata, dove la lettura e la cultura sono considerate dannose, nocive, pericolose per l’equilibrio della società, dove si mandano al rogo i pilastri della letteratura mondiale di ogni tempo, ha preso le sembianze di un epocale déjà vu. Tutti lo conoscono, ma quanti l’hanno letto davvero?

Magari hanno visto il film, intitolato proprio “Fahrenheit 451” e firmato, nel 1966, dal grande regista francese Francois Truffaut. Lo stesso a cui dobbiamo il più bel libro-conversazione con il mago del brivido, “Il cinema secondo Hitchcock”. O magari ci sono arrivati dopo aver apprezzato una pellicola più recente, “Equlibrium” del 2001, in cui Kurt Wimmer, lo sceneggiatore e cineasta che ha scritto anche la storia di “Total recall-Atto di forza” di Len Wiseman, immagina un futuro dove è proibito tutto quello che può provocare emozioni. Quindi libri, ma anche musica e giocattoli.

E allora, che senso ha, se tutti conoscono già il romanzo scritto da Ray Bradbury nel 1953, o presumono di conoscerlo, affidare a Adalidia Lussonzer la traduzione di un “Frahrenheit 451″ formato graphic novel, che esce per Mondadori Ink (euro 20) e viene accreditata come versione autorizzata del capolavoro, che lo scrittore di Waukegan, Illinois, morto nel 2012, pubblicò una prima volta nella versione breve intitolata “The fireman” nel 1951 sulla rivista “Galaxy Science Fiction”?

In realtà, ha senso. Eccome. Intanto, perché il volume è aperto da un’introduzione scritta dallo stesso Bradbury, nel luglio 2009, in cui lo scrittore racconta la vera origine del romanzo. In pratica, nel lontano 1950, il grande Ray, venne fermato da un poliziotto una sera mentre passeggiava amabilmente in compagnia di un amico sul Wilshire Boulevard di Los Angeles. Non in una stradina di campagna, insomma. L’agente, piuttosto allarmato, chiese loro che cosa stessero facendo. E lo scrittore, come ammette lui stesso “poco opportunamente, rispose “mettiamo un piede dietro l’altro”. Guadagnandosi un serrato interrogatorio che lo fece sentire, per qualche tempo, nei panni di un pericoloso fuorilegge. “Alcune settimane dopo – dice Bradbury – portai il mio pedone a fare una passeggiata letteraria, e lo feci incontrare con una ragazza di nome Clarisse McClellan. Sette giorni più tardi, era pronta la prima stesura de ‘Il pompiere’, il racconto lungo da cui di lì a poco si sarebbe sviluppato ‘Fahrenheit 451’. Anni dopo, la convinzione che ‘Il pedone’ fosse la vera fonte di ‘Fahrenheit 451’ cominciò a vacillare: in realtà la mia memoria m’ingannava. Solo ora mi rendo conto che qualcosa lavorava nel mio subconscio”.

E proprio qui sta l’altro motivo per cui è interessante, e bello, rileggere il capolavoro di Ray Bradbury nella versione disegnata da Tim Hamilton, apprezzato anche per una bella versione disegnata de “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson. Perché “Fahrenheit 451″ non è mai stato soltanto un romanzo distopico, come si dice oggi, o futuribile, che racconta l’avvento di un potere forte convinto dei pericoli emozionali contenuti nei libri. Del rischio che, leggendo, ci si incammini sulla via della ribellione, della resistenza civile. No, questa storia contiene in sé una riflessione assai più inquietante sul fatto che la limitazione della libertà può partire da un episodio minimo, apparentemente banale. Come il camminare per strada con un amico, L’infrangere, cioè, regole imposte, e non condivise. E sappiamo bene che questo, nella civilissima e democratica America, avviene già dalla metà del ‘900.

Raccontando la storia di Montag, il pompiere ciecamente fedele al suo lavoro di distruttore di libri, Tim Hamilton cerca di ricreare il romanzo di Bradbury, con grande fedeltà e rispetto dell’originale, dando forma alle prime inquietudine, poi alla valanga di dubbi che finisce per travolgere il fedele servo del Potere. A portarlo fuori strada, infatti, basta una ragazza, una sognatrice, una fragile creatura che lo invita a riconsiderare il ruolo dei vigili del fuoco in un passato non lontano. Quando si opponevano con eroismo alle fiamme, agli incendi, e salvavano case, persone, e tutto quello che era in pericolo. Quando, insomma, non imponevano la legge con i roghi. Non spazzavano via tutto ciò che non era in linea, conforme, adeguato al verbo di chi comanda.

Tim Hamilton è bravo a mettere in scena sulla pagina Montag con un tratto realistico, che si fa travolgere, al momento giusto, dai colori della violenza, dai chiaroscuri dell’angoscia e dalle tenebre del dubbio, dal frammentarsi della tavola disegnata quando i custodi della censura vedono vacillare le loro certezze. Vedono incrinarsi un castello di rassicuranti bugie dal momento che il seme della ribellione ha messo radici in chi, fino a ieri, non si era mai azzardato a prendere un libro tra le mani, a sfogliarlo.

Ed è qui che il messaggio di Bradbury valica il tempo, parla con voce allarmata al lettore di oggi. Perché, a ben guardare, è attualissimo, è drammaticamente contemporaneo il tentativo di far sentire chi non è allineato, chi pensa con la propria testa, chi non si arrende alle verità transitorie calate dall’alto, una sorta di indesiderato. Un moscerino nell’occhio di quella società che promette “le magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria. Senza sapere, in realtà, dove sta andando.

Dopo aver letto la graphic novel, viene voglia di andare a riscoprire l’originale. Magari nella bellissima traduzione di Giorgio Monicelli, fratello maggiore del regista Mario e di Furio (autore troppo presto dimenticato di due gioielli narrativi come “Il gesuita perfetto” e “I giardini segreti”). Ricordando, di passaggio, che un grande “bracco da libri”, un rabdomante della cultura italiana come Bobi Bazlen, l’intellettuale triestino che ha creato la spina dorsale della casa editrice Adelphi, considerava Ray Bradbury un eccellente scrittore. E non solo un discreto autore di romanzi fantascientifici.

<Alessandro Mezzena Lona

 

Subscribe to our newsletter