• 01/08/2018

Dario Argento, la paura è fatta di parole

Dario Argento, la paura è fatta di parole

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Difficile rassegnarsi a balbettare rachitiche storie se eri uno che costruiva cattedrali di parole. Infatti, Dario Argento si è rifiutato di accettare l’amara realtà che i suoi film, quelli usciti dopo “Opera”, dagli anni ’90 in poi, assomigliavano più a traballanti prove di un regista ancora in cerca di un suo stile che non alle opere di un visionario artigiano della macchina da presa. Capace di sfornare, dal 1970 al 1987, una serie davvero lunga di gioielli cinematografici. Bisogna ricordarli tutti: “L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code”, “4 mosche di velluto grigio”, “Profondo rosso”, “Suspiria”, “Inferno”, “Tenebre”, “Phenomena”, “Opera”.

Eppure, dopo l’inguardabile “Dracula 3D”, forse Dario Argento ha capito che è arrivato il momento di percorrere altre strade. Per non deludere fan da Premio Oscar, come Guillermo Del Toro, che ha dedicato al regista romano una strepitosa dichiarazione d’amore cinematografico: “È il Colosseo delle storie horror, un monumento, una pietra miliare. La sua capacità di fondere integrità artistica con un irriducibile senso del terrore reggerà la prova del tempo. Dario Argento è un Dio, il mio”.

Parole dette da un cineasta che ha saputo regalare al suo pubblico film splendidi come “La spina del diavolo”, “Il labirinto del fauno”. Soprattutto “La forma dell’acqua”, capace di addomesticare perfino i bisbetici signori dell’americana Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Tanto da convincerli a premiare la pellicola con quattro statuette d’oro per il Miglior film, Miglior regista, scenografia e colonna sonora.

Così, il silenzio cinematografico di Dario Argento, che dura ormai da anni, si è riempito di parole. Prima con la sua autobiografia “Paura”, pubblicata da Einaudi, dove il regista ha saputo ritrovare le atmosfere dei film più belli, ma anche raccontare se stesso con grande sincerità e semplicità. Pochi mesi fa, a febbraio per l’esattezza, con un volume di racconti raccolti da Mondadori sotto il titolo “Horror” (pagg. 160, euro 17). Dimostrando di sapere ancora viaggiare con la mente nei territori del thriller, del gotico, dell’onirico.

E se “Rosso porpora alla Biblioteca Angelica” squaderna davanti agli occhi del lettore un incubo nello stile classico dei primi film di Dario Argento, “Villa Palagonia” costruisce un viaggio impossibile dentro la siciliana Villa dei Mostri. Spalancando, come un baratro davanti al pauroso protagonista, i corridoi che lo porteranno a scoprire una tenebrosa realtà parallela. Che soltanto lui è ammesso ad abitare. Ne “Le segrete di Merano” ritornano le atmosfere stregate della trilogia delle Madri, mentre “Alchimie macabre al castello di Gilles” consente una fuga in un tempo storico adatto all’autore di “Profondo rosso”. Quello di Gilles de Rais, capitano dell’esercito francese e compagno d’avventure della pulzella d’Orléans, Giovanna d’Arco. Ma anche assassino assetato di sangue, frequentatore della via oscura della negromanzia, accusato di avere torturato, violentato e ucciso almeno 140 bambini e adolescenti. Tanto da fornire allo scrittore Charles Perrault tutti gli elementi per creare il suo tenebroso Barbablù.

Ma adesso, Dario Argento ha voluto fare un ulteriore passo avanti. Confrontandosi con il mondo delle storie disegnate. E chi meglio dell’indagatore dell’incubo poteva immergersi nelle atmosfere tenebrose del regista di romano? Infatti, il soggetto scritto pere la serie bonelliana di Dylan Dog, il numero 383, in edicola da fine luglio, si intitola proprio “Profondo nero”. Non solo in omaggio al capolavoro del regista romano, ma anche per riportare in campo una sua vecchia passione: quella per il mondo sadomaso, per il bondage, per il fetish. Di chi infligge dolore per dare e ricevere piacere.

Ad affiancare Argento nella scrittura di “Profondo nero” c’è Stefano Piani. Conosciuto dai lettori di fumetti per la sua collaborazione alle collane editoriali che ruotano attorno Nathan Never, ha fatto esperienza di sceneggiatura sia per la televisione che al cinema. La storia che prende forma da questa collaborazione non poteva trovare miglior fiancheggiatore di un talento del disegno come Corrado Roi. L’erede più accreditato, nel suo uso equilibrato e suggestivo  alternarsi di luce e ombre, di penombre da cui emergono i disegni, del maestro veneziano Dino Battaglia, morto nel 1983.

“Profondo nero” porta Dylan Dog a scoprire per caso, nella galleria d’arte che ospita la mostra della fotografa Elsie Arlington, il fascino oscuro di una modella che si fa chiamare Lais. Come la schiava rapita dagli ateniesi, e poi venduta a Corinto, che era diventata la prostituta più richiesta di tutta la Grecia. In un crescendo di visioni e premonizioni, l’indagatore dell’incubo scoprirà la storia segreta di questa ragazza, che di nome fa Beatrix, e l’intreccio di malvagità, ricatti, invidie che la seguono come un’incubo. Perché è lei, con i suoi perversi desideri, la sua troppo pronta disponibilità al supplizio, che risulterà la vera vittima di un mondo ipocrita. Dove il Male si nasconde nelle case di chi è più rispettato dalla società. Dove i veri mostri, quelli che abitano la realtà, hanno i vestiti sempre stirati e un bel conto in banca.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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