• 03/08/2018

Rosella Postorino: “Dove sta il confine tra l’umano e il non umano?”

Rosella Postorino: “Dove sta il confine tra l’umano e il non umano?”

1024 418 alemezlo
Cibo e terrore, privilegio e condanna, momenti di estasi e baratri di tormento. Ma cosa c’era, davvero, di così affascinante, estremo, umano, troppo umano, e al tempo stesso oscuro, nella storia di un’anonima donna come Margot Wölk ad affascinare Rosella Postorino? La scrittrice de “La stanza di sopra”, “L’estate che perdemmo Dio”, “Il corpo docile”, se lo è chiesto mille volte. Fino a quando ha capito che, davanti a lei, si apriva un’unica via per provare a trovare la risposta: scrivere. Raccontare, analizzare con le parole, entrare nella mente della donna chiamata, insieme ad altre, ad assaggiare i cibi di Adolf Hitler. Per impedire che il Führer fosse avvelenato. Che il Terzo Reich perdesse la sua guida suprema per colpa di un maledetto piatto pasticciato con qualche sostanza tossica.

E mentre Rosella Postorino faceva l’impossibile per ritrovare le tracce di Frau Margot, per provare a intervistarla, si è messo di traverso il Caso. La donna, infatti, è morta. Portando con sé il suo segreto. Ma, al tempo stresso, regalando alla scrittrice un’alternativa straordinaria: quella di andare libera per la strada dell’immaginazione. Costruendo un romanzo che reinventasse completamente la sua storia. È nato così “Le assaggiatrici” (Feltrinelli, pagg. 287, euro 17), uno dei libri più belli, intensi e acclamati di questa stagione letteraria. Un testo che ha conquistato anche la Giuria dei letterati del Premio Campiello, tanto da convincerla a inserirlo tra i cinque finalisti che si giocheranno la vittoria sabato 15 settembre al Teatro La Fenice di Venezia.

Premio, quello voluto dagli industriali del Veneto, che Rosella Postorino potrebbe vincere senza troppa fatica. Visto che, nella serata finale di Venezia, a decretare il romanzo Premio Campiello 2018 sarà una giuria popolare di 300 persone, per la stragrande maggioranza sconosciute. Gente qualunque, insomma. Lettori che, probabilmente almeno in parte, avranno già letto e apprezzato il romanzo della scrittrice nata a Reggio Calabria, cresciuta in Liguria, che ha messo radici a Roma. E che dal 2004, quando ha debuttato con il racconto “In una capsula” inserito nell’antologia “Ragazze che dovresti conoscere” pubblicata da Einaudi, ha alternato il suo lavoro di editor all’attività letteraria. Ottenendo un sempre crescente riscontro da parte della critica, ma anche del pubblico.

“Le assaggiatrici” racconta la storia di una donna che, per combattere la fame, si consegna volontaria nelle braccia della paura. Sì, perché Rosa Sauer, scappata dalla città di Berlino per sfuggire ai bombardamenti, viene reclutata tra le assaggiatrici del cibo di Adolf Hitler. E lì, in quel momento di dorata prigionia, sospesa tra il benessere e il rischio di morire da un istante all’altro, finirà per scoprire quanto ambigui sono i rapporto tra le persone. E quanto difficile sia impedirsi di valicare quel limite estremo entro il quale possiamo ancora definirci umani.

“Nel settembre del 2014 – racconta Rosella Postorino – mi sono imbattuta in un breve articolo pubblicato su un giornale – non ricordo quale – che parlava dell’ultima assaggiatrice di Hitler ancora viva, una signora di Berlino, Margot Wölk appunto, che a 96 anni confessava per la prima volta di aver lavorato, durante la guerra, per il Führer: assieme ad altre giovani donne, mangiava i pasti destinati alla sua tavola per controllare che non fossero avvelenati. Nei virgolettati di quel trafiletto, da un lato Frau Wölk raccontava il supplizio quotidiano delle assaggiatrici, che si cibavano piangendo di terrore; dall’altro, però, sottolineava quanto fossero deliziose quelle pietanze, e quanto tutte quelle donne avessero fame. Questa contraddizione mi sembrava indicare esattamente l’ambivalenza del suo ruolo: lei era una privilegiata, una che mangiava bene mentre il resto della popolazione moriva di fame ed era addirittura pagata per farlo; e tuttavia era una cavia, costretta a rischiare tre volte al giorno di morire per salvare la vita del Führer, pur non essendo una nazista”.

Che cosa la spingeva, allora, a rischiare la vita ogni volta che mangiava?

“Margot Wölk non era spinta da fanatismo politico, semplicemente quando la sua casa era stata distrutta da uno dei bombardamenti su Berlino, e lei era rimasta sola perché il marito era al fronte, si era trasferita a casa dei suoceri a Gross-Partsch, un villaggio di campagna nella Prussia orientale, per sfuggire alla guerra. Questo villaggio era però a soli tre chilometri dalla Wolfsschanze, la Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta, e quindi, a una settimana appena dal suo arrivo, lei è stata reclutata dalle Ss per fare questo assurdo mestiere. La sua condizione di vittima, di animale in cattività, conviveva con quella di colpevole, perché Margot aveva lavorato per nutrire il Male assoluto. Il tema del crinale sottile tra vittima e colpevole mi ha sempre interessata: non lo decido mai in origine, ma alla fine mi rendo conto che nei miei romanzi continuo a indagarlo, pur declinandolo in narrazioni e scenari ogni volta diversi. Ho cercato notizie su Margot Wölk, ho scritto a quelli che l’avevano intervistata per chiedere un suo contatto: volevo incontrarla, parlarle, riempirla di domande su come si fa non solo ad accettare paradossalmente il rischio di morire pur di sopravvivere, ma soprattutto a sopportare il peso di essere stata parte di un sistema disumano come il Terzo Reich. Quando sono riuscita a trovare il suo indirizzo, però, Margot è morta”.

Dall’idea iniziale di una possibile biografia-romanzo è passata a  scrivere un romanzo-romanzo, tutto da costruire?

“In realtà non avevo un’idea precisa di che cosa avrei scritto. Un’intervista? Una biografia romanzata? Un corpo a corpo tra me e Margot Wölk? Nel momento in cui ho scoperto che era morta, mi sono chiesta se io, che non avevo mai vissuto la guerra, che non ero cresciuta sotto una dittatura, che non ero tedesca, avevo il diritto di raccontare la sua storia. Ma d’altra parte la vicenda di Margot Wölk continuava a ossessionarmi, da quando mi ero imbattuta in quell’articolo non facevo che leggere e studiare testi relativi alla sua epoca. Non potevo non domandarmi che cosa di quella vicenda mi colpisse tanto e perché, e l’unica strada che avevo per provare a rispondermi era scrivere. Avrei potuto raccontare questo fallimento, il nostro mancato incontro. Poi ho pensato che la vera sfida sarebbe stata inventare una storia di fiction che avesse come innesco narrativo l’esperienza di Margot Wölk, ma che mi consentisse di indagare tutto quel che da scrittrice mi sta a cuore, cioè gli esseri umani, le relazioni tra di loro, il modo in cui si comportano di fronte agli eventi della vita. Come reagiscono in una situazione di coercizione, di assoluta precarietà esistenziale, addirittura schiacciati da una macchina totalitaria?”.

Ha dovuto entrare nei pensieri di Margot Wölk?

“L’interrogativo principale che quella storia mi poneva era: che cosa avrei fatto io al posto di Margot Wölk? Così ho capito che avrei dovuto infilarmi nella sua testa, per quanto lontana lei fosse da me, tentando di immaginare le sue paure, le sue ragioni, i suoi desideri, le sue colpe, le sue meschinità, la sua codardia o il suo coraggio, come fossero miei: mettendomi in gioco in prima persona. Non è casuale che abbia dato alla protagonista de Le assaggiatrici il mio nome: Rosa. Per documentarmi sono stata a Gross-Partsch, che adesso si chiama Parcz, e ho visitato l’anello centrale della Tana del Lupo assieme a una guida. Ho pure dormito lì, perché uno degli edifici è stato adibito a bed & breakfast. Sono anche stata a Berlino, nel palazzo di Margot Wölk, e ho parlato con la sua dirimpettaia. Ho letto diari, memoir, lettere, reportage, oltre che saggi e romanzi, perché, al di là della verosimiglianza nei dettagli materiali, quel che mi premeva era soprattutto cogliere quali fossero i sentimenti delle persone in quel periodo, l’attaccarsi alla vita con le unghie e con i denti nonostante la tragedia, la deprivazione, la deumanizzazione”.

“Le assaggiatrici”: una storia tenebrosa scritta con un linguaggio preciso, efficace, luminoso. Ha lavorato molto sulle parole, sulla loro narrativa armonia?

“Ho lavorato come sempre, tentando di trovare una lingua che fosse adatta alla mia storia. La scelta della prima persona narrativa mi ha costretta a mettermi nella mente di Rosa, una donna che era giovane negli anni Quaranta, che aveva fatto il liceo, che lavorava come segretaria, che amava leggere e andare a teatro, e che soprattutto racconta gli eventi come se fossero in presa diretta – questo mi era indispensabile per far conoscere al lettore le sue motivazioni, per farlo ‘stare con lei’, a contatto con le sue contraddizioni troppo umane – ma da un tempo in cui non ha più alcun alibi: sa benissimo che cosa è stato il Terzo Reich, che atrocità ha compiuto. Volevo che la mia protagonista conoscesse la propria colpa, anche se in quella colpa era scivolata in maniera del tutto accidentale. Ma volevo anche non essere giudicante, perché dovevo guardare il mondo attraverso i suoi occhi mentre la Storia faceva deragliare la sua esistenza”.

Del resto, in tutti i suoi libri l’attenzione per la lingua si fa notare. È un modo per ribellarsi a certa sciatteria scrittoria di oggi?

“È semplicemente il mio modo di scrivere, non credo di dovermi ribellare alla scrittura di chicchessia. Quel che mi guida è la ricerca della parola più precisa, meno ambigua, potenzialmente insostituibile. Leggo e rileggo i miei romanzi ad alta voce, durante la stesura, e riscrivo di continuo, non soltanto dopo la prima stesura: la versione finale è il risultato di moltissime riscritture stratificate. La lettura ad alta voce mi permette di sentire il ritmo, il suono stesso della frase, dei periodi, delle singole pagine. Che devono avere musicalità ma anche dissonanze, deviazioni inattese, metafore impreviste però mai gratuite. Se un concetto si può esprimere con tre parole oppure con una, io scelgo sempre di dirlo con una, mi pare una forma di rigore, di esattezza, di lucidità”.

Ritorna il tema del corpo usato, controllato, spesso umiliato, come nel “Corpo docile”. Perché?

“Non credo si possa parlare degli esseri umani se non attraverso i loro corpi. Il corpo è lo spazio che occupiamo nel mondo, è la nostra superficie di contatto o di urto, è lo strumento attraverso cui conosciamo, attraverso cui entriamo in relazione, proviamo piacere e dolore. Sul corpo si può esercitare violenza, ed è il nostro corpo che si spegnerà quando moriremo. Andiamo in guerra con i nostri corpi, che dalla guerra possono tornare mutilati, oppure integri ma memori di ciò che è stato. Le guerre si fanno sui corpi: sparandogli, facendoli saltare in aria, stuprandoli, torturandoli. La politica si fa sui corpi: i nostri diritti soggettivi passano attraverso restrizioni o concessioni che riguardano il corpo. Pensiamo solo all’aborto, alla libertà di espressione sessuale, all’eutanasia. Il corpo è ciò che di più intimo abbiamo e nello stesso tempo è pubblico”.

Le sue storie raccontato personaggi che cercano di liberarsi: da cosa?

“Io racconto sempre personaggi ingabbiati che cercano una via per liberarsi, ma la loro prima gabbia è il corpo. È una gabbia perché non lo abbiamo scelto – nessuno ha scelto di nascere e di dover poi morire – e tuttavia è una casa in cui vogliamo abitare il più a lungo possibile. Il cibo è qualcosa di esterno che entra nel nostro corpo, lo attraversa e ne è espulso, e questo processo ciclico è ciò che ci mantiene in vita. Il cibo è la metafora del fatto che dobbiamo accettare il fuori per sopravvivere, anche se il fuori può ucciderci: del resto è alla morte che il nascere ci condanna, senza che questo però tolga valore alla vita stessa. Mi affascina l’ostinazione con cui gli esseri umani restano attaccati all’esistenza terrena quasi dimenticassero di dover morire. È il loro corpo che lo pretende”.

Si ripropone anche lo sguardo sulla famiglia, come nella “Stanza di sopra”. Un amore che è forza e condanna?

“Ricordo che tempo fa, parlando del mio secondo romanzo ‘L’estate che perdemmo Dio’, dissi che la famiglia era il luogo dell’amore maldestro. ‘Le assaggiatrici’, in verità, mi sembra il libro in cui guardo la famiglia meno da vicino, e tuttavia nel triangolo formato da Rosa e i suoceri si ricostituisce il nucleo attorno al quale tutta la società è fondata. Come tutte le relazioni, le famiglie possono essere gabbie da cui tentare di evadere e da cui però è difficile sottrarsi, perché i sentimenti che legano sono molto forti, benché ambivalenti. La dialettica tra la libertà, la volontà di autodeterminazione, e il bisogno di protezione, di tana, che sperimentano tutti gli esseri umani è soltanto uno dei sintomi della nostra difficoltà di abitare il mondo”.

C’è un momento preciso in cui è nata Rosella Postorino scrittrice?

“Ero in una chiesa romana, stavo ascoltando un concerto gospel natalizio, e a un certo punto, osservando i soffitti affrescati, ho avuto l’idea del racconto In una capsula, il mio primo racconto pubblicato (è uscito in un’antologia, ‘Ragazze che dovresti conoscere’): quello è stato il primo testo che ho scritto con l’idea di provare a pubblicarlo. Prima scrivevo quaderni, diari, lettere, inizi di romanzi o di saggi, ma senza mai pensare che ci fosse una strada per provare a pubblicare. È molto difficile ammettere di voler pubblicare le cose che si scrivono, perché significa credere di aver qualcosa da dire, qualcosa che altri dovrebbero leggere. Sembra quasi arroganza, quindi ho impiegato molto tempo per ammetterlo, prima di tutto con me stessa. In quella chiesa non è nata la scrittrice – non so dire quando sia nata, non ricordo un momento della mia vita in cui, dopo aver imparato, non abbia scritto o immaginato di farlo, in cui non abbia inventato storie: le costruivo giornalmente parlando a voce alta da sola in cortile di pomeriggio e solo dopo mesi e un discreto numero di personaggi giungevano a un finale. In quella chiesa la scrittrice ha smesso di vergognarsi di voler essere letta, ma non lo avrebbe comunque mai detto a nessuno, finché non fosse accaduto davvero”.

Facile o difficile scrivere quando si lavora nell’editoria e ci si occupa dei libri degli altri?

“Scrivere è sempre difficile, non credo ci sia alcuna relazione fra le due attività, a parte il fatto che una delle due, come qualsiasi lavoro, occupa molto tempo e lo sottrae dunque alla scrittura. Di solito inizio un nuovo romanzo quando sono in ferie, perché mi sento digiuna delle storie e dell’immaginario altrui, ma è più una questione di ordine mentale (non riesco a scrivere, per esempio, se non mi sono lavata e vestita, è come se dovessi resettare ciò che c’era prima, imporre una cesura tra il tempo in cui facevo altro e quello in cui invece comincio a scrivere); quando ormai sono calata nel progetto, riesco a lavorare ai miei romanzi durante i weekend, senza nemmeno essere sfiorata dall’idea che lavorare sui libri degli altri dovrebbe togliermi qualcosa, non so bene cosa. Leggere romanzi, saggi e poesie, andare al cinema o a teatro sono attività nutrienti: credo che anche il lavoro da editor possa nutrire”.

Una calabrese cresciuta in Liguria che vive a Roma. Ma dov’è il suo centro di gravità?

“Io chiamo casa il luogo in cui sento di poter fare ciò che voglio e che più mi assomiglia. Se domani mi trasferissi in un altro Paese, e riuscissi a scrivere e a sentire che mi sto avvicinando a quelli che mi sembrano i miei desideri, non avrei problemi a considerarlo casa dopo pochi mesi”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

Subscribe to our newsletter