• 19/09/2018

Ian McEwan, l’oscuro potere dell’io al di là dei selfie

Ian McEwan, l’oscuro potere dell’io al di là dei selfie

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Sparito dio è rimasto l’io. Mai come oggi, il desiderio di affermare se stessi, di apparire, di dire “eccomi qui” nelle occasioni più svariate, è stato evidentissimo, ridondante, invasivo. E non sono soltanto i selfie a ossessionare chi rigira tutto il giorno tra le mani uno smartphone, un tablet, uno strumento elettronico qualsiasi capace di scattare fotografie. Ma la voglia incontrollabile di raccontare la propria vita attimo peer attimo. Di testimoniare se stessi nella realtà quotidiana. Di non perdere un’occasione per far capire agli altri che un evento è davvero, ma proprio davvero, un evento nel momento in cui io ci sono. E ve lo faccio vedere.

Ma che cos’è davvero l’io? Qualcosa “di una schiacciante ovvietà da un lato, ma fastidiosamente inafferrabile dall’altro”? Qualcosa, si chiede Ian McEwan, che “ogni mattina, svegliandoci, ce lo calziamo addosso, o viceversa l’io io indossa noi, come un paio di scarpe comode”? Domande attorno a cui lo scrittore si è aggirato spesso. Anche se i romanzi più belli, da “Giardino di cemento” a “Bambini nel tempo”, da “Lettera a Berlino” a “Espiazione”, hanno allargato di molto l’orizzonte del suo narrare.

Eppure, c’era da scommettere che lo scrittore nato a Aldershot, nel 1948, che vive Londra, prima o poi si sarebbe fermato a scrivere qualcosa attorno alla invadente presenza dell’io nel nostro tempo. E come lo ha fatto? Da narratore e da appassionato di letteratura. Mettendo due testi allo specchio nello stesso libro. E sì, perché “Il mio romanzo viola profumato”, tradotto dalla bravissima Susanna Basso per Einaudi (pagg. 51, euro 5) propone prima il racconto che dà il titolo al volumetto e poi un saggio che non poteva intitolarsi se non “L’io”.

Ci sono due amici sul palcoscenico del “Mio romanzo viola profumato”. Fin da ragazzi, Parker e Jocelyn hanno condiviso un grande sogno, cullato leggendo gli stessi libri: quello di diventare scrittori. Ma non anonimi imbrattacarte, convinti della cattiveria del mondo incapace di riconoscere il loro talento. No, autori veri, acclamati, corteggiati dalla critica, idolatrati dai lettori. E quel desiderio di affermarsi non ha fatto altro che rafforzare la loro sintonia, anche quando hanno incontrato donne da amare, figli da crescere, editori da conquistare con i romanzi scritti.

Ma se Parker, all’inizio, sembrava tra i due quello predestinato al successo, piano piano è invece Jocelyn a diventare una vera star della letteratura. Il successo debordante di uno, come spesso accade, coincide con il rapido declino dell’altro. Soldi, belle donne, case ricche e equipaggiate con tutto quello che si desidera, fanno da contraltare a una vita modesta, a una serie di opere pubblicate e dimenticate. Eppure, l’abissale differenza di trattamento che la vita riserva loro non riesce a minare l’amicizia.

Fino a quando è il Caso a decidere per loro. Perché Parker si trova a dover fare da custode alla casa di Jocelyn mentre lui se ne va in vacanza. E sul tavolo dello studio dell’amico trova il manoscritto di un romanzo nuovo che Jocelyn ritiene disastroso. Impubblicabile. Mentre a lui appare come una sorta di salvagente capace di portarlo in salvo dal naufragio letterario. Resistere alla tentazione di impossessarsi di quella storia, di farla sua e pubblicarla, significherebbe salvare l’amicizia. Erigere un muro a difesa di un rapporto di fratellanza, di simbiosi perfetta ,che ha resistito allo scorrere del tempo. Ma si può resistere al canto inebriante dell’io profondo. Di quello che sussurra suadente: fregatene del rispetto degli altri, pensa a te stesso. Al tuo successo. Affermati!

Del resto, ricorda Ian McEwna, l’arte, la letteratura, la musica hanno consacrato altari all’io in tutti i tempi. Da Bob Dylan che canta “Yer gonna make me give myself a good talking” rivolgendosi all’amata che lo sta lasciando, e preludendo a una chiacchierata molto complessa e al tempo stesso consolatoria con se stesso, a Odisseo, che dopo aver girato per il mondo come una trottola finisce per adirarsi con Penelope perché non lo rha riconosciuto subito. E lei riesce a tranquillizzarlo soltanto dicendo: “Sempre nel petto il mio cuore tremava che qualche uomo non m’ingannasse con le parole”. Come dire che di Ulisse, l’originale, ce m’era uno solo. Gli altri, solo pallide imitazioni.

Ma il viaggio alle fonti della glorificazione dell’io sarebbe lungo e molto sfaccettato. Basterà ricordare, come fa McEwan, che con Michel de Montagne, nella seconda metà del XVI secolo, prese forma la scrittura che cominciava a considerare se stesso un valido argomento di narrazione e meditazione. E che Samuel Richardson, nel 1748, decise di dedicare le sue oltre duemila pagine di “Clarissa” come la prima rappresentazione estesa di una coscienza nella storia della letteratura.

Quello che più stupisce Ian McEwan, e chi lo legge e si ferma a ragionare insieme a lui, in ogni caso è il constatare che la massa di persone armate di smartphone, e pronte a scattare selfie, non hanno paura di essere sole “dinanzi alla tragica impermanenza del nostro io mentre, come Amleto, affrontiamo la mortalità di questa quintessenza di polvere”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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