• 19/09/2018

Susanna Tamaro: “Pierluigi Cappello è qui con me, e io lo racconto”

Susanna Tamaro: “Pierluigi Cappello è qui con me, e io lo racconto”

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Pensare di essere querce. Salde, forti, indistruttibili. E scoprire, invece, di avere scelto un altro aspetto: quello dei salici. Degli alberi che, assieme ai fiori di crisantemo, sono i meno capiti e apprezzati, i più bersagliati da una fama che non rende loro giustizia. Perché allo scontro, all’imporsi con la forza, preferiscono l’arte dello stare al mondo con sensibilità e delicatezza. Per non rinunciare mai a far scorrere dentro di sé l linfa vitale, che porta sempre a rinascere. A trasformarsi, senza cambiare aspetto esteriore

Ecco, è tutto lì il mistero dell’amicizia tra Pierluigi Cappello e Susanna Tamaro. La bellezza di una sintonia tra due cuori, due anime, due creatività. E due modi diversi, ma affini, di affrontare la propria marginalità rispetto alla società, al mondo reale. Perché se il poeta friulano era inchiodato alla sedia a rotelle da quando, ancora ragazzo, era stato protagonista di un terribile incidente in moto, la scrittrice triestina poteva sondare accanto a lui la difficoltà di trovare un nome al tormento che, fin da bambina, trasformava il suo mondo interiore in un insicuro, inesplorato campo di battaglia. Dove forze contrapposte come gioia e dolore, rabbia e fragilità, si confrontavano in una lotta subdola e misteriosa.

Solo anni dopo, molti anni dopo, avrebbe capito che quel suo stare instabili nel mondo reale aveva un nome: Sindrome dio Asperger. Una forma di autismo. Un ospite non invitato, ma capace di condizionare il suo modo di comportarsi, di vivere.

Accanto al poeta,. la scrittrice si sentiva libera “di essere come sono”. E adesso che Pierluigi Cappello non c’è più, la gioia di aver goduto della sua amicizia, e lo smarrimento provato per la feroce malattia che l’ha messo prima in ginocchio e poi ucciso, hanno portato Susanna Tamaro a scrivere un libro bellissimo. Una lunga lettera, una confessione a cuore aperto, un viaggio a ritroso nella propria infanzia che rivela tutto il dolore vissuto accanto a una mamma e a un papà probabilmente inadatti ad avere figli.

Così, “Il tuo sguardo illumina il mondo”, presentato in anteprima a Pordenonelegge, pubblicato dalla casa editrice Solferino (pagg. 207, euro 15), si rivela un libro intimo e, al tempo stesso, capace di spalancare gli occhi su un tempo che contrabbanda per progresso il trionfo dell’umiliazione dell’uomo. Un lungo dialogo immaginario, che attiva il canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, dove la figura di Pierluigi Cappello esce dai confini della letteratura. Valica il recinto stretto della poesia. Per raccontare i propri sogni, i desideri mai realizzati, le fragilità inevitabili provate davanti alla malattia e all’idea di dover abbandonare tutto. E la voce di chi scrive, di una Susanna Tamaro che ha conosciuto il successo strepitoso con “Va’ dove ti porta il cuore” e la cattiveria sfrenata dei detrattori, degli odiatori di professione, vola libera a rievocare i momento bui dell’infanzia, i baratri di insicurezza della giovinezza, confinanti con gli abissi del suicidio, ma anche la voglia grande di rifiutare la banalità del Male. Di credere in un altro presente, in un futuro ancora possibile per l’umanità. In un tempo più affine ai ritmi della Natura e della poesia. Più attento ai ritmi lenti del cuore, all’alternarsi delle stagioni, del fiorire e dello sfiorire delle piante.

Un mondo capace ancora di cambiare. Di non rassegnarsi al roboante urlare di chi vuole avere sempre ragione. Di ascoltare il fascino discreto e forte delle parole, di lasciare aperta una porta al mistero. Di provare a dare voce, come avveniva nei dialoghi tra Pierluigi Cappello e Susanna Tamaro, al senso profondo del nostro essere qui e ora.

“Avevo fatto una promessa a Pierluigi Cappello – racconta Susanna Tamaro -. Eravamo d’accordo di scrivere un libro insieme. Anche perché provavo il desiderio di far conoscere le sue poesie al maggior numero di persone possibile. Un giorno ho aperto a caso una pagina internet sul tablet. Mi è comparsa la sua faccia, una foto molto bella, con accanto la scritta: poeta friulano. Mi è sembrato davvero riduttivo. E, allora, mi sono detta che l’anno prossimo avrei cercato di scrivere io quel libro”.

Poi cos’è successo?

“Pensavo di avere tempo per metabolizzare il dolore della sua scomparsa, avvenuta il primo ottobre dell’anno scorso. Invece, già a fine dicembre ero al lavoro su quel progetto. Però non si creda che sia stato per me facile scrivere. Anzi, penso di non aver provato mai così tante difficoltà. Ogni giorno mi ripetevo: non ce la faccio, distruggo tutto, non va bene. Perfino Roberta De Falco, che vive con me da tanto tempo e mi vedeva soffrire, non ce la sentiva a dirmi di andare avanti. Di credere in quello che stavo facendo. Non riuscivo a capire in che direzione dovevo muovermi”.

Eppure il libro è così limpido, sembra scorrere come un fiume calmo…
“Lo so, e immagino che i lettori proveranno la stessa sensazione quando si immergeranno nel testo. Però posso assicurare che è stata una fatica terribile finirlo”.

Quando è iniziata l’amicizia con Pierluigi Cappello?

“Proprio a Pordenonelegge. Nel 2014 lui aveva pubblicato un libro per ragazzi con Rizzoli, ‘Ogni goccia balla il tango’, e il Festival aveva invitato proprio me a presentarlo. Abbiamo provato una sintonia immediata. Potrei dire una grande, vera amicizia, anche se non abitavamo vicino e ci potevamo vedere di tanto in tanto. Per esempio, ci piaceva parlare molto di insetti: per me sono stati sempre una grande passione e lui si faceva incuriosire dai miei racconti”.

Due storie quasi parallele, le vostre?

“Siamo stati tutti e due in collegio a Udine, anche se in anni diversi. Perché Pierluigi era più giovane. Ci siamo incrociati negli stessi posti, pur avendo origini lontane, famiglie che non si assomigliavano per niente. Ma quello che ci accomunava era il piacere di usare le parole, di assaporarne il loro significato, prima di accedere alla manipolazione letteraria. Un desiderio di limpidezza nel linguaggio che era mio e anche suo”.

Parlavate di letteratura?

“Poche volte, Ricordo solo che, dopo aver letto un suo libro e una recensione che gli avevano dedicato, mi sono sentita di dirgli che non avevano capito niente. E lui era d’accordo con me. Ci piaceva parlare, piuttosto, di certi piaceri molto infantili, direi bambineschi, come l’amore per alcuni cibi: la pizza fatta in casa, ad esempio. E poi ci trovavamo in grande sintonia nell’analizzare il nostro mondo, una società che si sta imbarbarendo senza accorgersi”.

Quando Cappello stava già male le chiedeva di intercedere con gli Angeli. Ma ci credeva davvero?

“Era un gioco, ma lui sosteneva che in me ci fossero dei poteri paranormali. E gli piaceva chiedermi di rivolgermi agli Angeli, perché lo aiutassero, fossero presenti nei momenti difficili della sua malattia. Lo rassicurava l’idea che queste presenze extraterrene fossero accanto a lui. Nel dolore ritorniamo tutti un po’ bambini”.

In “Il tuo sguardo illumina il mondo” racconta pere la prima volta della sua “invisibile sedia a rotelle”. Del tutto uguale, eppure diversa da quella che impediva a Pierluigi di muoversi da quand’era ragazzo…

“Soffro della Sindrome di Asperger. È questa la mia invisibile sedia a rotelle. Una forma di autismo che mi ha reso marginale rispetto al mondo. Il mio limite è sempre stato mentale, deriva da questa forma di autismo difficile da riconoscere, diagnosticare, mentre Pierluigi era inchiodato dalla sua invalidità. I miei problemi neurologici mi hanno costretta a ritirarmi sempre di più nella mia solitudine. E qualcuno ha scambiato la mia difficoltà di interagire con il mondo per superbia, antipatia, indifferenza verso gli altri”.

Perché dirlo solo adesso?

“Prima di tutto perché l’ho saputo pochi anni fa. Fin da bambina ho vissuto con questo nemico dentro di me, che i medici non riuscivano a riconoscere. Era un avversario senza nome che mi mandava in confusione nei momenti più imprevisti, quando mi imbattevo, per esempio, in certi rumori. Fino a farmi esplodere in certi accessi d’ira improvvisi e inspiegabili. Sono riuscita a dare un nome alla mia sindrome solo di recente, leggendo un articolo che spiegava gli stessi sintomi, le stesse difficoltà che provavo io. Da ragazza ho dovuto lasciare le scuola, non riuscivo a seguire il metodo di apprendimento così facile per altri ragazzi. Eppure, scrivendo, ho poi trovato la mia strada. E dare un nome, un volto, alla malattia è stata una liberazione”.

Guardarsi alle spalle, raccontare il proprio passato: un atto liberatorio?

“Mi sento felice di averlo fatto. Per la prima volta, i miei fratelli hanno capito il perché di certi miei comportamenti quand’ero bambina e poi adolescente. Scrivendo questo libro, il venticinquesimo, ho chiuso un po’ i conti con la mia storia, con quella che sono. Adesso vorrei divertirmi”.

Facendo un film?

“Vorrei girare un’opera seconda, visto che sono passati tredici anni da ‘Nel mio amore’. Adoro raccontare storie, quindi mi dedicherò ancora a scrivere libri per ragazzi. E poi? Chissà, staremo a vedere”.

E se un giorno rispondesse al telefono, come racconta nel libro, e sentisse di nuovo la voce di Cappello?

“Niente di strano, Io credo che lui sia ancora qui, accanto a noi. Due episodi me lo fanno pensare. Stavo vivendo un momento difficile, dovevo prendere una decisione spinosa, proprio in quei giorni giorni ho trovato una telefonata persa che arrivava da Pierluigi Cappello. La cosa si è ripetuta qualche tempo dopo. Il giorno in cui ‘Il tuo sguardo’ è andato in stampa mi è arrivato un messaggio vuoto sempre da lui. Penso non serva aggiungere altro”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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