• 15/09/2018

Premio Campiello, stravince Rosella Postorino

Premio Campiello, stravince Rosella Postorino

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Il tabù resiste. Nessuno ha mai vinto i due più importanti premi letterari d’Italia. E neanche Helena Janeczek, dopo il Premio Strega, è riuscita ad aggiudicarsi quest’anno anche il Campiello con la sua “Ragazza con la Leica” (Guanda). Perché la giuria dei 300 lettori, al Teatro La Fenice di Venezia, le ha preferito Rosella Postorino con “Le assaggiatrici” (Feltrinelli). Un numero enorme di voti, ben 167 voti, è andato alla scrittrice di origine calabrese, cresciuta in Liguria e ormai romana d’adozione, contro i 29 dell’autrice nata in Germania da una famiglia ebrea di origine polacca. A inserirsi tra le due contendenti è stato l’enfant du pays, il trevigiano Francesco Targhetta con “Le vite potenziali” (Mondadori) che ha raccolto 42 voti. A Ermanno Cavazzoni con “La galassia dei dementi” (La nave di Teseo) sono andate 25 preferenze, solo 15 a Davide Orecchio con “Mio padre la rivoluzione” (minimum fax).

L’idea che una persona potesse restare in silenzio fino a 96 anni. Per poi confessare, poco prima di morire, che era stata una delle assaggiatrici di Adolf Hitler. Una privilegiata, sottratta alla miseria, pagata 200 marchi ogni mese e nutrita con i migliori cibi, anche se in costante pericolo di morire avvelenata. Questo essere vittima del Potere, e al tempo stesso complice del Male, è stato l’aspetto della storia di Margot Wölk che ha suggestionato di più Rosella Postorino (leggi intervista “Dove sta il confine tra l’umano e l’inumano” qui su Arcane Storie), mentre girava attorno a una possibile trama per il suo libro nuovo.

Rosa Sauer, la protagonista de “Le assaggiatrici”, è nata da lì. Dalla voglia di raccontare una storia tenebrosa e umanissima. Il destino di una ragazza che non credeva nel nazismo, eppure ogni giorno, ogni volta che ingoiava del cibo, rischiava la vita per fare in modo che il Führer non venisse avvelenato. Come sempre, però, Rosella Postorino ha voluto andare oltre il semplice tratteggio di un personaggio. Seguendo un filo narrativo che l’aveva accompagnata anche nei romanzi “La stanza di sopra” e Il corpo docile”, ha voluto trasformare questo libro in un’avventura corale. Dove l’amore e l’odio, i complicati rapporti di famiglia e gli intrecci spesso tesi e pericolosi tra le ragazze che assaggiano i cibi di Hitler, formano un impasto denso, perturbante, pieno di sfumature e di chiaroscuri.

E se Rosa Sauer è solo la proiezione immaginata di una donna vissuta davvero, la Gerda Taro che Helena Janeczek (leggi l’intervista “La Storia è fatta di storie”) porta al centro del suo libro Premio Strega “La ragazza con la Leica”, è, invece, l’alter ego narrativo, la chiamata sul palcoscenico di carta della fotografa morta giovanissima in uno degli scenari della Guerra di Spagna. Perché, come spiega la scrittrice di “Lezioni di tenebra” e “Le rondini di Montecassino”, “ho voluto fare della sua vita il racconto di una vita. Perché era lei stessa che ha rinunciato a tutto, anche a se stessa, per dare voce alla realtà attraverso le immagini. E la fotografia, si sa, è un’arma potente che non uccide”.

Il fantasma di Gerda Taro smette così, nel libro di Helena Janeczek, di essere un fantasma. Un personaggio dimenticato perfino da chi si occupa di fotografia. E diventa, nel racconto di chi l’ha conosciuta e le ha voluto bene, di Willy Chardack, Ruth Cerf e Georg Kuritzkes, non solo la compagna di uno dei miti della storia dell’immagine come Robert Capa. Ma, soprattutto, il simbolo di una giovane donna che ha creduto, con forza, in quello che faceva.

A osare di più, nella reinvenzione della realtà, quest’anno è stato senza dubbio Davide Orecchio (leggi l’intervista “Sì, faccio la rivoluzione scrivendo”). Perché ha saputo fare del suo “Mio padre la rivoluzione” un libro non di Storia, ma di storie. Dove si è preso la licenza di manipolare, reinventare, mistificare persone che hanno conquistato un posto nell’immaginario collettivo, come Lenin e Trockij, raccontando, al contrario, con grande rispetto e fedeltà i destini di figure del tutto minori e dimenticate. Così, è saltato fuori un romanzo immaginifico e originale, che pone interrogativi interessanti sulla forza dirompente della letteratura quando trova il coraggio di confrontarsi con il passato per figurarselo in un modo laterale, difforme. “Altro” rispetto alla versione ufficiale.

Chi, invece, ha preferito puntare gli occhi sul presente è lo scrittore trevigiano Francesco Targhetta (leggi l’intervista “Scrivo perché mio padre non lo sa fare”). Dopo il suo debutto con il romanzo in versi “Perciò veniamo bene nelle fotografie”, ne “Le vite potenziali” ha raccontato i destini di tre trentacinquenni che provano a costruirsi un futuro stando con i piedi piantati nella realtà di Marghera. Dove ci sono piccole aziende, come la loro, che si occupano di informatica e grandi industrie che continuiamo a lavorare come se l’orologio del tempo si fosse fermato al passato. “Con questo romanzo ho voluto raccontare un aspetto che, spesso, ci viene difficile capire: ovvero, che oggi la felicità sta in una vita irregolare. Ricca di imprevisti, dettata da tempi impossibili, abitata dall’ansia della sovrabbondanza. Un percorso, insomma, condannato a fare i conti sempre con la mancanza cronica di tempo”.

Quel tempo che, assicuravano qualche decennio fa, ci sarebbe stato restituito dall’ingresso delle macchine intelligenti nelle nostre impegnatissime giornate. Invece, come ricorda Ermanno Cavazzoni (leggi l’intervista “Verrà l’apocalisse, ma sarà assai buffa”) ne “La galassia dei dementi”, computer e diavolerie affini sono riuscite soltanto a moltiplicare in maniera smisurata le nostre ansie. “Mi sono divertito a scrivere questo romanzo, da grande appassionato di fantascienza, per dimostrare che nel futuro non saranno i robot a semplificare le nostre esistenze. Ma saremo noi, ormai impotenti, ad assistere al loro stesso prendersi sulle spalle le stesse angosce, le stesse difficoltà che viviamo noi oggi. E vedere un robot imperfetto, malfunzionante, mi sembra più divertente che assistere all’onnipotenza delle macchina immaginata da tanta Science Fiction”.

Cavazzoni, che ha legato il suo nome all’ultimo film di Federico Fellini “La voce della luna”, ispirato dal suo “Poema dei lunatici”, è convinto che non ci sia più un senso nel progresso sfrenato. Nello sviluppo di una società che inventa, innova, crea, senza avere un orizzonte ben delineato davanti. Così, nella sua “Galassia”, anche l’imperfezione dell’uomo diventa una dote, viene guardata con occhio complice. “Perché in quell’imperfezione – spiega lo scrittore – sta l’unica possibilità di salvezza, che è la ricerca di una continua trasformazione”.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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