• 18/01/2019

Henry Eliot, se stai leggendo sei già dentro il labirinto

Henry Eliot, se stai leggendo sei già dentro il labirinto

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Forse è stato William Blake a capire per davvero il senso delle cose. Quando chiamava la mente umana “l’infinito labirinto”. Perché solo chi ha il coraggio di perdersi tra i pensieri, chi non ha paura di smarrirsi nei ragionamenti più astrusi, luminosi e oscuri, può capire il fascino di un’assurda invenzione che ci fa compagnia da secoli. Quell’intreccio di percorsi che portano verso la meta, oppure non portano da nessuna parte. Quell’ingannevole ingarbugliarsi, farsi e disfarsi di traiettorie, che assomiglia tanto al reticolo di segni che ogni uomo porta incisi sui polpastrelli delle dita. E che, catalogati alla voce impronte digitali, rendono riconoscibile ognuno di noi, e soltanto lui. Come un marchio indelebile, come una dichiarazione di identità immutabile.

E allora, per chi ama affrontare quella che Italo Calvino chiamava “La sfida al labirinto”, in uno dei saggi raccolti nel volume einaudiano del 1980 “Un pietra sopra” (che sulla copertina riproduceva un enorme labirinto sferico che insegue, a palla di cannone lungo una ripida china, un cavaliere armato, che a sua volta dà la caccia a un coccodrillo), cosa può esserci di più bello di un libro che nella sua stessa struttura è un invito a perdere ogni certezza? A lasciarsi condurre dall’immaginazione. Da un viaggio che passa per mille dedali. Da un percorso accidentato che oscilla tra realtà e fantasia, tra letteratura e mito, tra storia e leggenda.

“Segui questo filo” è un omaggio ai labirinti, ai dedali, agli indovinelli spaccacervello, a tutti quelli che si sono divertiti a sfidare la paura di perdersi. E non a caso l’autore di questo bizzarro e straordinario volume, tradotto da Giulia Poerio per ilSaggiatore (pagg. 247, euro 18), cioè Henry Eliot, è il creative editor della casa britannica Penguin Classics cresciuto giocando proprio in un labirinto erboso: quello di St. Catherine’s Hill, vicino Winchester nell’Hampshire.

Henry Eliot si è divertito a ridisegnare la struttura stessa del libro. Costringendo chi si immerge tra le pagine di “Segui questo filo” a un gira-e-volta continuo, a cambiamenti di direzione e di orizzonti spesso stranianti. A usare l’oggetto di carta come se fosse vivo e sempre in movimento. Pronto a mutare sotto gli occhi. Capace di trasformarsi non appena lo sguardo si distrae. E, chissà, magari diverso ogni volta che qualcuno lo prende in mano, lo sfoglia, lo legge seguendo la sua logica bizzarra.

Dici labirinto e ti viene in mente Jorge Luis Borges. Perché il grande veggente della letteratura argentina ha fatto del tema del dedalo, dell’intreccio di percorsi ingannevoli, del metafisico desiderio di perdersi per poi ritrovarsi in una realtà alterata, i temi fondanti del suo percorso di scrittore. Eppure Henry Eliot, che pure fa spesso riferimento all’autore di “Finzioni e “L’Aleph”, non può rinunciare a partire da quel fantastico mondo di miti che è stata la cultura greca. Ricordando che spesso labirinto e dedalo sono stati considerati semplici sinonimi dello stesso intricato viaggio dentro un ingannevole percorso. In realtà, spiega subito lo scrittore, “nel labirinto esiste un unico sentiero che si avvolge e si attorciglia senza scelte, mentre nel dedalo si incontrano bivi, svolte sbagliate e vicoli ciechi. Una differenza storica, oltre che strutturale: sono stati ritrovati labirinti intagliati nella roccia che risalgono fino a 4500 anni fa, ma il progetto di dedalo più antico giunto fino a noi ha solo 600 anni d’età”.

E se il dedalo è quello che prese nome del suo inventore, il Dedalo capace di mettere a rischio la vita del suo stesso figlio per sfidare le leggi della Natura e lanciarlo con ali di cera a volare verso il Sole, indubbiamente il suo primo abitatore è stato il Minotauro. Un uomo con gli zoccoli, la pelliccia bovina, la coda e la testa da animale. Quel disgraziato parto della passione irresistibile provata da Pasifae, moglie di Minosse e regina di Creta, per il Toro dell’isola greca. Diventato il simbolo dell’involontaria mostruosità legata a un atto d’amore contro natura, e della ferocia che solo il coraggio e l’astuzia di Teseo, con l’aiuto di Arianna, sorella della orrenda creatura, sapranno sconfiggere. In una sfida al labirinto che rischiava di essere mortale per l’eroico figlio di Egeo.

Ma dedali e labirinti non sempre sono stati teatro non soltanto di giochi innocenti e fantasiosi, di fughe mentali. Franco Maria Ricci, editore, scrittore e grandissimo cultore di percorsi intricati, tanto da costruirne uno lui stesso, il Labirinto della Masone a Fontanellato di Parma, racconta che il dedalo originale del castello di Schönbrunn, a Vienna,. venne distrutto perché era diventato il luogo d’incontro abituali per soldati e servette, ufficiali e gentildonne, prostitute e gentiluomini. E si dice anche che, nel ‘700, durante le feste orgiastiche a Villa Pisani di Stra, non lontano da Venezia, una donna bendata si metteva in cima a una torretta che si trovava al centro del labirinto del giardino per, poi, concedersi al primo uomo che l’avesse raggiunta.

Nemmeno le religioni hanno saputo resistere al fascino dei labirinti. Prova ne sia che il più bello tra tutti i percorsi intricati della cristianità si trova all’interno della spettacolare cattedrale di Chartres, in Francia. Perché “senza sbagliare non ci arrivi, alla ragione”, diceva Mefistofele nel “Faust” di Johann Wolfgang Goethe. E i teologi cattolici più raffinati hanno sempre sostenuto che solo quando la ragione si abbandona allo smarrimento, all’assenza di certezze costruite su una ferrea logica di ragionamenti, è poossibile incontrare Dio. Henry David Thoreau, nel suoo “Walden”, commentava: “Finché non siamo perduti o, in altre parole, finché non abbiamo perduto il mondo, non cominciamo a ritrovare noi stessi e a riconoscere veramente dove siamo e l’infinita grandezza dei nostri legami”.

La “selva oscura” di Dante e il “Paese delle meraviglie” della Alice di Lewis Carroll, il narratore senza nome degli “Anelli di Saturno” di W.G. Sebald, che visita il dedalo di Somerleyton Hall, e la protagonista del film “Il labirinto del fauno” di Guillermo del Toro, in fuga dal patrigno violento e asservito al verbo fascista di Francisco Franco, sono soltanto alcune delle stazioni di passaggio del lungo, affascinante e misterioso viaggio che Henry Eliot costruisce dentro il mito del percorso a bivi nel suo libro “Segui questo filo”.

Senza mai dimenticare che il più misterioso, intricato, perturbante labirinto non lo troveremo mai nel mondo esterno. Perché sta dentro di noi. Nelle sfide che affrontiamo vivendo. Nella ragnatela di pensieri che ci fanno compagnia ogni giorno. Quello esterno è soltanto un simbolo.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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