• 01/06/2019

Olivier Guez: “Il dribbling, uno sberleffo in faccia ai bianchi”

Olivier Guez: “Il dribbling, uno sberleffo in faccia ai bianchi”

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“Se fossimo settantacinque milioni di Garrincha, che paese saremmo!”. Nelson Rodriguez, grande drammaturgo brasiliano, si faceva cogliere da un forte brivido nazionalista, mentre sognava il suo Paese dribblare il mondo intero. E sì, perché, bastava che Manoel Francisco dos Santos, lo Scricciolo dalle gambe storte, Garrincha appunto, entrasse in campo e cominciasse la sua danza folle fatta di finte, controfinte, giochi di piedi impossibili anche solo da immaginare, e i più forti difensori del mondo andavano in bambola. Si arrendevano frastornati.

Ma cosa c’era dietro quella maestria nei campi di calcio? La frustrazione di essere emarginati all’interno del proprio Paese. La triste certezza che chi aveva la pelle scura, in Brasile, veniva considerato discendente degli schiavi africani. Quindi, un reietto. Un cittadino di seconda serie. Un emarginato, a cui veniva concessa una sola possibilità: quella di inventarsi un ruolo per non dover morire di povertà e di sogni sognati invano all’interno delle favelas. E allora, per tanti ragazzi neri, mulatti, meticci, rimaneva soltanto una via: diventare imbattibili nel gioco che imparavano a praticare, a perfezionare, per le strade. Prendendo a calci una mela, una palla fatta di carta o di stracci. Qualunque oggetto che capitasse loro a portata di piede.

Garrincha, ma prima di lui Arthur Friedenreich, e poi l’immenso Pelé, Socrates, Rivelino, Zico, Ronaldo, Ronaldinho, giù giù fino a Neymar, hanno fatto del gioco del calcio un’arte. Qualcosa che va ben al di là di una semplice sfida tra 22 uomini in maglietta e calzoncini su un grande prato verde. Come racconta lo scrittore francese Olivier Guez nel suo piccolo, magnifico libro “Elogio della finta”, tradotto da Margherita Botto per Neri Pozza (pagg. 107, euro 12,50).

Conosciuto dai lettori italiani per lo splendido romanzo-inchiesta “La scomparsa di Joseph Mengele”, firma apprezzata di “Le Monde” e “New York Times”, insignito del Premio per il cinema tedesco come sceneggiatore di “The People vs. Fritz Bauer”, Olivier Guez, francese di Strasburgo, spiega perché molti giocatori brasiliani hanno fatto del gioco del pallone quello che Pier Paolo Pasolini chiamava “calcio di poesia”. Ovvero, un modo per trasformare una semplice sfida sportiva in una via di fuga da una società razzista. Cresciuta dal punto di vista economico con la tratta e lo sfruttamento degli schiavi africani. Incapace di accettare, fin oltre gli anni ’30 del ‘900, che un uomo dalla pelle scura potesse essere considerato del tutto uguale a chi, invece, era completamente bianco.

E allora, nelle pagine di Olivier Guez, “L’elogio della finta” diventa un modo per raccontare non solo il mondo del calcio. Ma un Brasile che ha fatto fatica ad accettare il concetto di integrazione. Un Paese che, a lungo, ha costretto neri e mulatti a inventare il dribbling, a recitare un ruolo. fuori e dentro il campo da gioco, per non sentirsi degli emarginati.

Questa piccola, geniale rivoluzione social-calcistica del dribbling, della finta, del “fútbol bailado”, lo scrittore francese l’ha raccontata a Milano, nell’anteprima agli incontri estiva di Una Montagna di Libri, la rassegna ideata e curata a Cartina con intelligenza e grande passione da Francesco Chiamulera.

“In questo libro sono riuscito a far convivere due miei amori – spiega Olivier Guez, seduto nel giardino dell’hotel che lo ospita a Milano, a due passi dai Giardini Montanelli -. Ovvero, quella per il calcio e per l’America Latina. Ho iniziato a scriverlo quasi sei anni fa, prima dei Mondiali in Brasile. Quindi anche in anticipo sui ‘La scomparsa di Josef Mengele’, che i lettori italiani hanno letto nel 2018. Cercavo un idea buona per parlare di queste due passioni senza essere banale”.

Da dove è partito?

“Da una domanda molto semplice: perché ci sono tanti giocatori bravi in Brasile? Nel passato, ma anche adesso, molti ragazzi sono in possesso di una tecnica sublime. A volte, basta solo un semplice tocco del pallone per costruire uno schema di gioco differente da quello di tanti campioni europei. Così, sono andato a Rio de Janeiro. E ho trovato una storia molto interessante”.

Racconti…

“Bisogna partire dalla storia del Sudamerica. Noi, Europa, siamo un continente molto vecchio. Ma lì ci sono Stati che hanno appena 200 anni. Il Brasile, per esempio, ha ottenuto l’indipendenza dal Portogallo nel 1822. E alla fine del ‘800 il calcio è stato uno dei modi per far crescere certi Paesi dell’America Latina. Ha permesso loro di trovare un’identità. Uruguay, Argentina, Brasile si riconoscono totalmente nel football. Potrei dire addirittura che esistono grazie al gioco del pallone”.

Ma cosa c’entra il dribbling con la schiavitù dei neri in Brasile?

“Il calcio arriva in Brasile soltanto sei anni dopo che l’importazione di schiavi viene abolita. Non dimentichiamo, che fino alla fine del XIX secolo, la tratta di uomini dall’Africa e lo schiavismo hanno costituito il motore dell’economia del Paese. Quasi quattro milioni di africani sono stati ‘importati’ lì. Ma attenzione, ci sono due modi di giocare al pallone. Uno è quello riservato ai bianchi, che imparano la lezione dei campioni inglesi. L’altro è il football dei neri, che devono camuffarsi, sparire davanti ai loro ex padroni. Carlos Alberto, uno dei talenti del Fluminense, doveva passarsi uno strato di cipria prima di scendere in campo”.

Abolita la schiavitù, la società brasiliana era ancora razzista?

“Fortemente razzista. Tanto che i giocatori dalla pelle scura devono inventarsi un modo per non toccare i bianchi in campo. Per entrare con loro in rotta di collisione. E allora, i primi di loro studiano movimenti, finte, proprio per sfuggire al controllo, al contatto con i bianchi. Nasce così il dribbling”.

Movimenti che ricordano quelli della capoeira?

“Sono gli stessi movimenti della capoeira e del samba. Richiamano alla memoria storie della schiavitù prima in Angola, poi in Brasile. Arthur Friedenreich, detto El Tigre, diventa la prima star del calcio brasiliano. Ha la pelle chiara come suo padre, un immigrato tedesco, ma la capigliatura crespa tradisce il sangue nero di sua madre. Una lavandaia. E da quel momento, il calcio comincia a coincidere con la Storia del Paese. Perché dimostra come il Brasile, proprio in quell’inizio del ‘900, comincia ad accettare la propria identità multietnica. Così, i giocatori neri cominciano ad avere un ruolo importante per convincere la popolazione a fare loro il concetto di integrazione”.

Possiamo dire che il calcio spinge il Brasile, dagli anni ’50 in poi, verso la modernizzazione?

“Assolutamente sì. I simboli della fuga in avanti del Brasile sono sì gli idoli del calcio, da Garrincha lo Scricciolo a Pelé, ma anche la bossa nova, la costruzione di una città modernissima come Brasilia”.

Dribblatori in campo, malandri nella vita?

“I dribblatori sono figli di schiavi. E provano a trovare un ruolo nella società brasiliana diventando le stelle del calcio. Fuori dagli stadi, invece, si impone la figura del malandro. Nero o mulatto, furbo edonista, pigro e fascinoso, veste in frac o porta un completo di lino.- Va in giro, canaglia azzimata, con il bastone da passeggio, il cilindro, e incute rispetto per il suo portamento, per il suo fisico scolpito. Se pensiamo bene, tutte le società dove c’è una buona parte della popolazione molto debole hanno elaborato una figura simile a questa”.

Gagà che vivono al confine tra Bene e Male?

“Quando sei debole devi inventarti un ruolo. Devi trovare una via per crescere. I libri di Leonardo Sciascia sono pieni di figure come il malandro brasiliano. Lo stesso ‘Mago di Lublino’ di Isaac Bashevis Singer assomiglia a loro. Perché, con l’ambizione, il corteggiamento alle donne, i vestiti belli, scoprono la via per dare la scalata alla piramide sociale. Sono al limite della legalità, però si sforzano di non sconfinare. Ecco, il dribblatore è come loro. Gioca per trovare il modo di integrarsi con i bianchi. Eppure, fuori dal campo, rischia di perdersi. Ronaldinho è la figura classica del malandro. Lontano dai campi, frequenta le discoteche, cambia ragazze in continuazione, e dopo dieci anni di quella vita comincia a non essere più il talento che è stato nemmeno quando gioca a calcio. Perché ha un’esagerata passione per la vita”.

Quanto è cambiato quel mondo con il calcio moderno?

“Troppi soldi, troppi interessi economici e politici, hanno cambiato totalmente il calcio. Anzi, potrei dire che il football, oggi, rappresenta il lato peggiore della globalizzazione. Eppure, non si è mai giocato meglio di adesso. E per chi guarda le partite, credo sia impossibile non emozionarsi”.

<Alessandro Mezzena Lona

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