• 23/08/2019

Pupi Avati e il “Signor Diavolo” in laguna (ma sarà lui?)

Pupi Avati e il “Signor Diavolo” in laguna (ma sarà lui?)

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Già è difficile prendere un romanzo e trasformarlo in un film. Se poi il prescelto, metti caso, è anche bel libro, una storia di quelle che prendono il lettore, lo sbattono nel più profondo della sua poltrona e lì lo lasciano a emozionarsi fino all’ultima pagina, allora l’impresa diventa più complicata. Ecco, Pupi Avati, se possibile, è andato ancora oltre. Perché ha deciso di dare forma visiva, di fare un’opera da grande schermo del suo romanzo più recente. Quel “Signor Diavolo” pubblicato da Guanda l’anno scorso e di cui questo blog Arcane Storie si è occupato il 3 marzo del 2018 in “Pupi Avati, un delitto del diavolo (probabilmente)”, accolto dalla critica e dal pubblico con grande favore. Tanto da spingere qualcuno a ipotizzare che il grande regista fosse intenzionato a concedersi una parentesi squisitamente letteraria. Visto che tre anni prima aveva sorpreso un po’ tutti con un debutto narrativo davvero ottimo: “Il ragazzo in soffitta”

Ma come si poteva immaginare che Pupi Avati abbandonasse per davvero il cinema? Proprio lui, che dopo aver accantonato la carriera di jazzista, e aver archiviato un periodo davvero buio passato a lavorare come rappresentante della Findus, si era lasciato folgorare dalla settima arte dopo aver visto un capolavoro come “8 1/2” di Federico Fellini. Tanto da provare a 32 anni la strada della regia, grazie all’aiuto economico di un produttore rimasto avvolto nel mistero, con due film che oggi appaiono come una precisa dichiarazione di poetica e di amore per il genere gotico: “”Balsamus”, l’uomo di Satana” e “Thomas e gli indemoniati”. Senza dimenticare che al cinema italiano ha regalato autentici gioielli come “Regalo di Natale”, “Impiegati”, “Noi tre”, “Storia di ragazzi e di ragazze”, “Il cuore altrove”, “Il papà di Giovanna”. E che è stato al fianco di Pier Paolo Pasolini nello scrivere la sceneggiatura dell’ultimo film del regista e poeta di Casarsa: il discusso, profetico, perturbante “Salò o le 120 giornate di Sodoma”.

Ecco, ormai lo sappiamo: quella ormai lontana dichiarazione d’amore per il genere gotico, per le storie con un fondo oscuro, per l’ambiguo nascondersi nelle pieghe della realtà di misteri e superstizioni, non era solo l’ingenuo entusiasmo iniziale di un regista alle prime armi. Anzi, nel corso della sua carriera, Pupi Avati ha saputo rinnovare sempre la sua attrazione per un horror tutto italiano. Regalando agli spettatori un autentico film di culto come “La casa dalle finestre che ridono”. Continuando, di tanto in tanto, a concedersi qualche deviazione verso quei sentieri narrativi con “Zeder”, “L’Arcano incantatore”, “Il nascondiglio”. Ma scrivendo anche, nel 1980, la sceneggiatura di “Macabro”, pellicola che ha segnato il debutto alla regia di Lamberto Bava, figlio di quel grande artigiano del cinema di paura che è stato Mario Bava.

E allora, ogni volta che Pupi Avati ritorna a raccontare una storia gotica, il pubblico che lo ama non può non rispondere all’appello. Perché sa che il regista bolognese ha un modo tutto suo di inventare originalissimi incubi. Partendo, per esempio, da splendide ambientazioni, da personaggi credibili, da paure e superstizioni che affondano le radici nella cultura popolare della provincia italiana. E “Il Signor Diavolo” è una summa cinematografica di tutto questo. Ambientato tra Roma, la laguna veneziana, il mondo dei casoni contadini e le isole di terra disperse nella pianura che sta tra il Polesine e la foce del Po, muove i primi passi da una scena potente. L’ingresso di una figura indefinibile in una stanza dove dorme placidamente una bambina nella sua culla. E lo scatenarsi di una violenza bestiale, che non ha niente di umano.

All’inizio degli anni ’50, quando la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi sente con grande angoscia la pressione politica ed elettorale di una grande forza politica anticlericale e progressista come il Partito Comunista, un modesto funzionario ministeriale, Furio Momentè (interpretato da uno spaurito Gabriele Lo Giudice) viene convocato dal braccio destro del ministro per una missione segreta e delicatissima. A Venezia è in corso l’istruttoria di un processo che ha al centro un delitto assai strano. Un ragazzo, Carlo Mongiorgi (lo stralunato Filippo Franchini) ha ammazzato il suo coetaneo Emilio, convinto che quel ragazzo deforme, dai denti che assomigliano a zanne, sia l’incarnazione del Male. Ma, come dice Padre Amedeo nel film (un inquietante Alessandro Haber): “Nella cultura contadina il diverso, il deforme, viene associato al demonio”.

Nemmeno il giudice istruttore Malchionda (Massimo Bonetti) riesce a stabilire fino a che punto il piccolo Carlo si sia lasciato suggestionare dal sagrestano della parrocchia (un intenso Gianni Cavina, attore feticcio di Pupi Avati) e da una suora, convinti che il deforme Emilio abbia ammazzato a morsi la sua sorellina in culla, e quanto invece abbia ragione la madre del ragazzo (una splendida, tormentata Chiara Caselli). Convinta che tutte le cattiverie messe in giro su di lei e sul suo povero figlio (come quella, clamorosa, infamante e raccapricciante, di avere partorito Emilio dopo un rapporto carnale con un verro) siano solo frutto dell’ignoranza e della cattiveria di quella terra, che sembra dimenticata da Dio. Dove la gente non alza la voce, non perde una messa, si segna con la croce, ma poi fa finta di non vedere che i ragazzini pagano il pedaggio di un coniglio cucinato per cena, o una gallina a cui tirare il collo, pur di vedere il corpo di una donna nuda da vicino.

Ma quando il miglior amico di Carlo, Paolino, muore dopo aver fatto uno scherzo a Emilio, il mondo sembra aver smarrito ogni interesse. Perché il giovane Mongiorgi non sa rassegnarsi alla solitudine, a quella fine ingiusta e inspiegabile. Così, non appena il ragazzo deforme gli propone di portare l’ostia della prima comunione in pasto a un gigantesco maiale, lui accetta. Ed esegue il gesto sacrilego. Cominciando a sentire, poco dopo, inquietanti presenze attorno a sé. Fino a lasciarsi governare dall’ansia, dalla paura. Dal desiderio di capire se il Signor Diavolo, che già moltissimi anni prima è stato cacciato dentro un precipizio che si apre proprio sotto il pavimento della parrocchia guidata da don Zanini (un invecchiato, tenebrosissimo Lino Capolicchio), e poi sepolto sotto una pesante pietra tombale, sia davvero in grado di modificare la realtà attorno a lui. Evocando i morti, ridando vita alla carne corrotta.

Girato con ritmo incalzante, ambientato in un’Italia di struggente bellezza e di ombrosa inquietudine, sospeso in un tempo senza tempo, dove la ragione sembra ancora destinata a inchinarsi all’oscurantismo e a vecchie credenze mai esorcizzate, “Il Signor Diavolo” è un piccolo gioiello gotico che regala inquietudine e spaventi. Che non si schiera mai apertamente, ma procede raccontando la sua storia tra ambiguità evidenti e misteriose epifanie. Pupi Avati è bravissimo a tenere in costante equilibrio un film che potrebbe scivolare nel grottesco, eccedere negli effettacci speciali (che non ci sono, perché Sergio Stivaletti li limita all’essenziale), prendere una direzione e seguirla fino in fondo. Con manichea convinzione. E che invece procede per contraddizioni, incertezze, dubbi. Lasciando ad ognuno la libertà di leggere la vicenda come preferisce. Concedendo agli attori meno esperti qualche tentennamento nella recitazione, che li rende però più credibili. Sfruttando il grande mestiere di professionisti a lui assai cari: da Lino Capolicchio a Gianni Cavina. E regalando un finale inaspettato, che coglierà di sorpresa anche chi ha già letto il romanzo.

<Alessandro Mezzena Lona<

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