• 14/09/2019

Premio Campiello: Il “Madrigale” di Andrea Tarabbia suona la vittoria

Premio Campiello: Il “Madrigale” di Andrea Tarabbia suona la vittoria

Premio Campiello: Il “Madrigale” di Andrea Tarabbia suona la vittoria 1024 683 alemezlo
Igor Stravinskij, lui, l’ha evocato come spirito guida. E il grande musicista russo, morto a New York nel 1971, ha risposto. Spingendo Andrea Tarabbia verso la vittoria del Premio Campiello numero 57. Lo scrittore di Saronno, con il romanzo “Madrigale senza suono” (Bollati Boringhieri), ha conquistato 73 voti espressi dai 277 lettori della Giuria popolare battendo l’agguerrita concorrenza di Giulio Cavalli  fermo a 60 preferenze con “Carnaio” (Fandango Libri), Paolo Colagrande a 54 con “La vita dispari” (Einaudi), Laura Pariani a 52 con “Il gioco di Santa Oca” (La nave di Teseo), Francesco Pecoraro a 38 con “Lo stradone” (Ponte alle Grazie).

Ma cosa c’entra Stravinskij con il Premio voluto dalla Confindustria veneta? È presto detto. Andrea Tarabbia (leggi l’intervista di Arcane Storie http://www.arcanestorie.it/2019/09/08/andrea-tarabbia-gesualdo-da-venosa-lorrore-che-genera-bellezza/), raccontando nel suo romanzo la figura luminosa e inquietante del madrigalista del ‘600 Carlo Gesualdo da Venosa, ha fatto del musicista russo uno dei protagonisti del libro. Dopo avere scoperto che il compositore e direttore d’orchestra era un grandissimo estimatore del principe assassino. Tanto da dedicargli un “Monumentum” in musica: tre madrigali eseguiti, per la prima volta nel 1960, nella Basilica di San Marco a Venezia. A pochi passi dal Teatro La Fenice, dove si è svolta la serata finale del Campiello 2019, condotta da Andrea Delogu e trasmessa in diretta da RaiCinque, con gli interventi non travolgenti del duo musical-comico Microband.

Stravinskij non è stato solo uno dei tanti personaggi del “Madrigale senza suono”. Andrea Tarabbia ha ribadito, con grande convinzione, che scoprire la passione del musicista russo per Gesualdo da Venosa è stato un po’ come sapere di poter contare su uno spirito guida nel racconto affascinante e complesso della vita del principe. “Bernardo Bertolucci ha inseguito a lungo il sogno di girare un film sul principe madrigalista – ha detto lo scrittore -, senza mai riuscirci. Altri artisti sono rimasti colpiti della sua ardita capacità di scrivere musica, e al tempo stesso dalla sua incrollabile ferocia nell’ammazzare la moglie e l’uomo con lei l’aveva tradito. Franco Battiato ha scritto una canzone, con il testo di Manlio Sgalambro, intitolata proprio ‘Gesualdo da Venosa’ per il suo album ‘L’ombrello e la macchina da cucire’. E il regista Werner Herzog gli ha dedicato un documentario”.

Andrea Tarabbia, innamorato della letteratura russa, ha raccontato di avere scoperto Fedor Dostoevskij grazie al verso di una canzone di un musicista assai trasgressivo: Iggy Pop. “Sono entrato in libreria, ho cercato il libro più sottile del grande scrittore ‘Memorie del sottosuolo’, e ho cominciato a leggerlo. Ecco, da lì è iniziato la mia grande passione per quel mondo letterario. Adesso, dico scherzando che le ‘Memorie’ me le ha consigliate quello che nel mondo del rock chiamano l’Iguana”.

A chi ha definito il suo “Carnaio” un fantasy politico, Giulio Cavalli (http://www.arcanestorie.it/2019/09/08/giulio-cavalli-come-si-aprono-le-porte-alla-barbarie/) manda a dire che non ha capito niente. “Non ho voluto scrivere un libro sull’emigrazione – ha spiegato -. Mi piaceva, invece, scrivere un storia che immaginasse cosa accade quando l’empatia tra esseri umani si infeltrisce. E finisce per trasformare tutti noi in tante isole, dove piano piano si insinua il Male. Che finisce per mascherarsi da Bene, per spostare i confini, confondere le idee. In realtà, l’idea del romanzo mi è venuta un giorno a Pozzallo, in Sicilia. Parlando con un pescatore, ho scoperto che può capitare spesso di trovare nelle reti un cadavere. Però tutti finiscono per ributtarlo in mare, perché se dovessero fare denuncia, i giudici finirebbero per sequestrargli la barca. E un pescatore se non pesca non vive”.

Intercettato subito dal Campiello con il suo primo romanzo, “Fideg”, che gli ha fruttato il Premio per l’Opera Prima, Paolo Colagrande (http://www.arcanestorie.it/2019/09/03/paolo-colagrande/) ha un feeling particolare, lui piacentino, con la Venezia letteraria. È già stato finalista nel 2015 con “Senti le rane” e questa volta ha voluto raccontare in “La vita dispari” un personaggio solo in apparenza implausibile, surreale. “Perché, in realtà, il mio Buttarelli – ha spiegato – è sì uno che legge il mondo come un libro che ha solo la pagina di sinistra. Ma al tempo stesso, per tutta la vita, continua a cercare la metà che non trova. E che forse non esiste. Si comporta come gran parte di noi, non capisce il pari e il dispari. Ecco, posso dire che lui è uno specchio, in cui ognuno si può riflettere. Insomma, è perfetto per la letteratura, perché sappiamo che chi scrive non ama il dritto, il rettilineo, il normale. Preferisce quello che è storto”.

Per quattro volte in finale, nel 1998, 2003 e 2010, al Campiello, Laura Pariani (http://www.arcanestorie.it/2019/09/05/laura-pariani-il-mio-profeta-eretico-per-il-campiello/) anche quest’anno si è dovuta accontentare di partecipare al Premio veneziano senza vincerlo. Con il suo “Gioco di Santa Oca” ha voluto andare a ritroso nel tempo. “Mi sono concentrata su quel momento del ‘600, che succede di vent’anni alla grande storia raccontata da Alessandro Manzoni, in cui il Vangelo veniva letto come una Bella Parola che invitava i contadini, i poveri, alla rivolta. E di quelle ribellioni, di quel momento in cui fiorivano personaggi come Bonaventura Mangiaterra. Profeti della brughiera  degli incanti fermati subito dall’Inquisizione, che poi magari rivelavano di essere donne vestite con panni maschili. Perché la condizione femminile, allora, era ancora più difficile da vivere di quella dei miseri della Terra”.

Anticipato da una gran mole di appunti, immagini, suggestioni legate alla mutazione del paesaggio e delle città, “Lo stradone” di Francesco Pecoraro (http://www.arcanestorie.it/2019/09/03/francesco-pecoraro-il-mio-sguardo-di-architetto-sulla-citta-di-dio/) si è rivelato una lettura complessa e assai affascinante. “Nel mio libro ho voluto indirizzare la narrazione su tre traiettorie – ha detto -. Una approfondisce le vicende personali del protagonista settantenne, che sono io soltanto in piccola parte; l’altra ragiona sul presente;  la terza alza gli occhi sulla storia della Città di Dio. Dove compaiono personaggi come Lenin, ma anche prendono forma importanti movimenti di lotta operaia”.

Nato da un grande amore per i libri, costruito come un impasto di storie e immagini, di testimonianze e voci, “Hamburg” di Marco Lupo (il Saggiatore) ha vinto quest’anno il Campiello Opera Prima. Facendo riandare la memoria del lettore ad autentici gioielli della letteratura come “Austerlitz” di Winfried Georg  Sebald, “Mattatoio n° 5” . di Kurt Vonnegut, ma anche in parte “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. “In un mondo di macerie, uno scenario da incubo come la Amburgo rasa al suolo dai bombardamenti – ha detto lo scrittore nato a Heidelberg, che vive a Torino -, ho voluto immaginare che la memoria venga tramandata da un gruppo di lettori clandestini. Per ricostruire con le parole, resistendo al fascino brutale della guerra, un patrimonio di storie e gesti umani che rischia di andare perduto per sempre”.

Sono passati ventotto anni, per Isabella Bossi Fedrigotti. Da quando il suo romanzo “Di buona famiglia” vinse il Campiello nel 1991, lasciando a mani vuote uno degli enfant prodige della letteratura italiana: Alessandro Baricco, che allora debuttava con il romanzo “Castelli di rabbia”, pubblicato da Rizzoli ma ammirato anche da un grande vecchio dell’editoria di casa nostra come Giulio Einaudi. E adesso, il Premio veneziano l’ha richiamata in scena per assegnarle il prestigioso riconoscimento alla carriera. “La cosa che mi emoziona di più – ha detto la giornalista e scrittrice nata a Rovereto, in Trentino – è pensare ai nomi che mi hanno preceduta nell’albo d’oro di questo Premio. Sto pensando a Carlo Fruttero, Alberto Arbasino, Claudio Magris, Andrea Camilleri, Sebastiano Vassalli e tanti altri. Spero di meritarmelo veramente. Di poter essere degna di loro”.

Lacrime di gioia hanno accompagnato la proclamazione del vincitore del Campiello Giovani. Matteo Porru, 18 anni, cagliaritano, che ha raccontato di avere già pubblicato tre libri, è stato il prescelto per il 2019 con il racconto “Talismani”. La sua smisurata emozione, difficile da mascherare, ha conquistato tutti. E ad ascoltare il parere della giuria, se questo ragazzo imparerà a sfrondare i suoi testi dai troppi aggettivi, di lui sentiremo parlare ancora.

<Alessandro Mezzena Lona<

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