• 08/09/2019

Giulio Cavalli: “Come si aprono le porte alla barbarie”

Giulio Cavalli: “Come si aprono le porte alla barbarie”

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Basta superare il limite di poco. Rinunciare, anche solo per un attimo, a ragionare, a sentirsi in sintonia con l’altro. Abbandonare il porto sicuro dell’empatia, del fare parte di una società civile, governata da regole di umanità e solidarietà. Ecco, basta entrare, anche di poco, in quel mare aperto dove non ci sono più limiti condivisi. Per sentirsi risucchiare dalla tentazione della barbarie. Per aprire la porta all’orrore. Giulio Cavalli è partito da lì, da quel piccolo slittamento. Da quel concedere spazio a parole e pensieri considerati, fino a quel momento, inauditi.

È nato da un incontro, il suo secondo romanzo “Carnaio”. Quello che l’ex attore e giornalista Giulio Cavalli ha pubblicato con Fandango Libri (pagg. 221, euro 17), e che ha preso spunto dal dialogo casuale con un pescatore. Che ha fatto immaginare all’autore di “Santamamma”, e di libri-inchiesta come “Nomi, cognomi e infami”, “L’innocenza di Giulio”, “Mio padre in una scatola di scarpe”, una cittadina aggrappata sulla costa, come tante: DF. Dove, all’improvviso, nelle reti della gente di mare cominciano a impigliarsi dei cadaveri.

Sono morti tutti uguali. Tutti giovani, con la pelle scura, che forse arrivano dal Sud, o forse dall’Est. Nessuno reclama quei corpi. Nessuno sa se appartengono a persone in fuga dal proprio Paese o a esperimenti di qualche strana fabbrica di esseri umani. Cero è, soltanto, che DF si trova molto presto invasa da tonnellate di cadaveri. E decide di costruire un muro in riva al mare per tentare di fermare l’invasione, visto che né il governo, né nessun altro, sembra disposto ad affrontare e risolvere il problema.

E quando Roma, invece di aiutare gli abitanti di DF, si aggrappa a macchinosi accertamenti sul caso, il sindaco decide di rendere indipendente la sua piccola città da tutti. Convince la gente a trasformare l’incubo di quei corpi venuti dal nulla in un grande business. In un affare colossale, che prevede l’orribile vendita di carne umana da portare in tavola.

Costruito come una distopia urticante e originalissima, “Carnaio” sembra poter spingere il suo autore, Giulio Cavalli, a vincere il Premio Campiello 2019. Sabato 14 settembre, al Teatro La Fenice di Venezia, lo scrittore milanese dovrà, però, superare l’agguerrita concorrenza di Paolo Colagrande con “La vita dispari” (Einaudi), Laura Pariani con “Il gioco di Santa Oca” (La nave di Teseo), Francesco Pecoraro con “Lo stradone” (Ponte alle Grazie) e Andrea Tarabbia con “Madrigale senza suono” (Bollati Boringhieri).

“Quando ho iniziato a scrivere ‘Carnaio’ non c’era ancora Matteo Salvini al governo – spiega Giulio Cavalli -. Vorrei che fosse chiaro, altrimenti si potrebbe pensare a un’operazione furba. Da giornalista mi occupo di migrazioni, anche se questo non è un romanzo che affronta in maniera precisa il problema. In realtà, volevo raccontare soprattutto come si sta imbarbarendo l’umanità”.

C’è stato un luogo, una storia, che hanno generato “Carnaio”?

“Ero a Pozzallo, in Sicilia,  per un servizio giornalistico. Parlando con un pescatore, ho scoperto che chi va per mare trova spesso dei corpi senza vita. Ma finisce per ributtarli in acqua. Perché se dovesse seguire la procedura giudiziaria, per settimane non potrebbe più lavorare. Gli verrebbero sequestrate la barca, le reti, in attesa di chiarimenti. Ma c’era un altro aspetto, che mi ha colpito ancora di più”.

Aveva a che fare con quei corpi?

“Sì, perché il pescatore mi raccontava che i morti riemergevano dell’acqua come se fossero lessi. Ecco, questo usare un aggettivo culinario per descrivere lo stato di un essere umano, seppure cadavere, mi ha colpito. Nessuno di noi penserebbe mai a una parola del genere per descrivere un proprio parente deceduto. E questo dimostra quanto siamo riusciti ad allontanare certe vite da un minimo concetto di rispetto umano. Ma, mentre pensavo al romanzo, c’era anche una suggestione tutta letteraria che tornava in testa”.

A che libri pensava?

“Soprattutto a ‘Cecità’ di José Saramago. Perché siamo passati dalla cecità di cui parla lo scrittore Premio Nobel, in quel libro della metà degli anni ’90, a essere bombardati da visioni, da ologrammi che spesso non hanno alcun fondamento di verità. Certo, non avrei mai potuto sviluppare questi temi in un editoriale. Ci voleva una storia più complessa. Un romanzo, appunto. E la narrativa, da sempre, mi sembra la formula perfetta per dire quello che né il giornalismo né la drammaturgia sanno esprimere in maniera efficace”.

Non ne ha scritti tanti di romanzi, però…

“In effetti no. Ma sono stato impegnato in altro. Teatro, politica, giornalismo, libri d’inchiesta. Ho deciso di dedicarmi alla narrativa appena nel 2017 con ‘Santamamma’, facendo una scelta ben ponderata”.

Il suo “Carnaio” ricorda certi passaggi di quel fluviale capolavoro che è “2666” di Roberto Bolaño…

“In effetti, ‘2666’ e il suo autore sono tra i miei preferiti. Devo dire che in tutto quello che scrivo, dal teatro al giornalismo, la lezione di Roberto Bolaño è sempre con me. Amo il suo stile, l’uso della punteggiatura, che trovo molto teatrali. Volevo che la storia di ‘Carnaio’ si svolgesse in un tempo senza tempo, e in un luogo che può essere tutti i luoghi. Adoro le storie che non invecchiano anche 50 anni dopo. La letteratura può costruire una trama nell’oggi che sarà attuale anche nel futuro”.

Racconta una storia in cui l’orrore diventa normalità…

“Se decidi di superare il primo limite che separa l’empatia verso gli altri essere umani dall’indifferenza, poi non credo sia difficile arrivare all’orrore. Lo insegna la Storia. Quando smetti di rispettare un corpo umano perché lo consideri solo un oggetto, lì prende forma la possibilità di fare qualunque cosa contro i tuoi simili”.

Non ci salva nemmeno la religione?

“No, se non ha il rispetto per l’altro come primo comandamento. Io faccio dire al parroco, davanti all’ondata di cadaveri che travolge la cittadina di DF, che ‘se Dio non ci dà più i pesci, la nostra pesca saranno questi corpi’. Che, poi, verranno trasformati da carne da vendere al mercato e da esportare. Certo, è un romanzo distopico, un’iperbole. Ma non è poi così lontano da certi discorsi che si sentono fare in giro, senza provare la minima vergogna”.

Lei si è occupato molto di mafia. Ma chi ne parla più, a parte le fiction televisive?

“È un argomento sparito dall’agenda della politica. Ma anche da quella del giornalismo. Siamo passati dal momento in cui l’antimafia sfornava divi,  sempre presenti sui giornali e in tivù, all’eccesso opposto. Al silenzio”.

Cos’è cambiato?

“C’è una differenza di fondo. Lo testimoniano i processi degli ultimi anni. Una volta, ‘ndrangheta, camorra, Cosa nostra, erano interessate a cecare i politici per corromperli. Adesso, invece, li costruiscono direttamente. Nicola Cosentino, al servizio dei Casalesi, è l’esempio più evidente. Le nuove generazioni sono professionisti del malaffare camuffati da politici. Molto bravi a nascondersi”.

Lei è partito dal teatro. È stato difficile trovare spazi in Italia?

“Io vengo dalla commedia dell’arte. I giullari sono sempre stati gli interpreti del vero teatro civile. Anche se vengono considerati poco più che giullari. Dario Fo, ad esempio, era il più completo interprete di un modo di fare teatro, vecchio di secoli, che raccontava e racconta la realtà senza troppi giri di parole. Per me, il passaggio dalla giullarata al giornalismo è stato quasi normale”.

Perché è passato al giornalismo?

“Il teatro, per raccontare una storia, ha bisogno che io mi muova, che vada in tournée. Il giornalismo ti consente di arrivare a un pubblico vasto senza dover essere continuamente in giro. E il romanzo ti dà l’opportunità di arrivare a una platea ancora maggiore”.

Lei, per un breve periodo, ha tentato anche la via politica. Lo rifarebbe?

“E stata un’esperienza molto breve. E penso di avere fatto molta più politica con gli spettacoli teatrali e con i servizi giornalistici, che muovendomi dentro le istituzioni”.

Si era fatto illusioni sulla possibilità di entrare in finale al Campiello?

“In origine, ‘Carnaio’ avrebbe dovuto correre per lo Strega. Del Campiello, non sapevo nulla: nemmeno che avevano candidato il mio romanzo. Al pomeriggio, quando mi hanno inviato dei messaggi di congratulazioni, sono rimasto un po’ spiazzato. In ogni caso, fa piacere sapere che il libro è stato apprezzato in un mondo diversissimo dal mio. Non è un segreto che gli organizzatori sono gli industriali del Veneto e che, quest’anno, il presidente della Giuria dei Letterati è il giudice Carlo Nordio, che penso abbia idee all’opposto delle mie. Ma questo dimostra, ancor di più, la libertà con cui si muove il Premio. E che ‘Carnaio’ non è un romanzo politico, come qualcuno ha voluto dire per sminuirlo, ma è un vero romanzo. Sono convinto che, nell’ambito della letteratura, si possa creare un dialogo intelligente anche tra fronti contrapposti”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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