• 21/10/2019

Slavenka Drakulić, il dolore di Mileva rifiutata da Einstein

Slavenka Drakulić, il dolore di Mileva rifiutata da Einstein

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La sua foto è diventata un’icona. Qualcosa di rassicurante e divertente. Da stampare sui poster, da portare in giro sulle magliette. Un’immagine che dice quanto un grandissimo scienziato come Albert Einstein, Premio Nobel per la Fisica nel 1921, capace di rivoluzionare il nostro concetto di universo, sia stato prima di tutto una persona. Un uomo con i suoi momenti di allegria di malinconia. Uno capace di ridere e scherzare, di dimenticare i suoi complessi calcoli matematici, di innamorarsi e di fare una carezza ai propri figli. Come si direbbe oggi, uno di noi , che sa fare la linguaccia all’obiettivo e non si preoccupa troppo di apparire pettinato. Professionale.

Ma allora perché, quando si parla di Albert Einstein, non si dice quasi mai nulla a proposito di Mileva Marić? Di quella compagna di studi di cui si era innamorato giovanissimo, che aveva sposato sfidando le perplessità di sua madre. Da cui aveva avuto due bambini: Hans Albert e Eduard, chiamato con affetto Tete. Della donna, soprattutto, che non aveva problemi a ragionare con lui di fisica, di matematica. E che, da quanto risulta da alcune lettere, è stata una delle collaboratrici più preziose nell’iniziare a dare una struttura logica alla teoria della relatività.

Mileva Marić, appunto. Una donna sparita troppo in fretta dalla vita del grande scienziato. Una figura tutta da scoprire, da raccontare, che non poteva non attirare lo sguardo sensibile di una scrittrice come Slavenka Drakulić. Visto che lei ha già puntato gli occhi su altre figure femminili dal percorso tormentato. Basterebbe ricordare Frida Kahlo, che è stata al centro del romanzo dell’autrice di Fiume-Rijeka “Il letto di Frida”, ma anche la fotografa e pittrice Dora Maar, a cui ha dedicato “Dora e il Minotauro. La mia vita con Picasso”, che verrà pubblicato in Italia nel 2021 da Bottega Errante Edizioni. Senza dimenticare altri tipi di donna, altri personaggi decisamente controcorrente che si sono presi il palcoscenico di libri memorabili come “Pelle di marmo”, “Il gusto di un uomo” e “L’accusata”.

A Slavenka Drakulić, sia chiaro, non interessa quasi mai impossessarsi della vita di una persona esistita realmente per poi tracciarne un ritratto in piedi. Nitido, preciso, senza sbavature. No, chi conosce bene il lavoro letterario della scrittrice croata, ammirata anche per alcuni libri che raccontano le illusioni e la precipitosa caduta del modello comunista come “Balkan Express” e “Caffè Europa”, sa quanto lavori per intuizioni e suggestioni. Come sia capace di partire da un dettaglio per tessere poi, rivelazione dopo rivelazione, il quadro generale della storia, della vicenda umana. Addentrandosi con grande delicatezza, e altrettanta forza, nel mondo complesso dei sentimenti e delle emozioni, delle incomprensioni e delle meschinità, dell’amore e della crudeltà.

Ed è bello scoprire, proprio nelle primissime pagine di “Mileva Einstein. Teoria sul dolore”, tradotto  con grande bravura da Estera Miočić per Bottega Errante Edizioni (pagg. 213, euro 17), quanto Slavenka Drakulić riesca a trasformare un momento di crisi nella vita del grande scienziato in una spia luminosissima, capace di smascherare il suo vero io. E sì, perché la scrittrice croata, chi vive parte dell’anno in Svezia, prende come punto di riferimento una lettera scritta da Albert a Mileva nel momento in cui il loro rapporto d’amore stava correndo disperatamente verso l’inevitabile distacco. e fa capire quanto l’amore possa albergare dentro di sé una dosa massiccia di indifferenza, pronta a saltare fuori al momento opportuno. Per cancellare le parole affettuose, le carezze, i gesti intimi, come se fossero stati soltanto incidenti di percorso.

È il 18 luglio del 1914. Albert Einstein decide di affidare alla carta parole pesantissime. Una sorta di decalogo che Mileva dovrà rispettare se intende continuare a vivere al suo fianco. In poche righe, lo scienziato decide di degradare sua moglie a un’ospite indesiderata in casa. Anzi, le pone delle condizioni che nemmeno un padrone brutale oserebbe infliggere alla più misera delle sguattere. Non le evita frasi come “rinuncerai a qualsiasi rapporto personale con me se non in quanto sia strettamente necessario per ragioni sociali”. O, ancora, “non ti aspetterai nessuna intimità da me”, “smetterai di parlarmi se te lo richiederò”, “uscirai immediatamente dalla mia camera da letto o dallo studio senza protestare se te lo chiederò”. Per concludere con l’affermazione più vile e meschina:”Non cercherai di sminuirmi davanti ai nostri figli, né con le parole, né con il tuo comportamento”.

Il viaggio nel mondo di Albert, e di Mileva Einstein, comincia da lì. E porta in primo piano una donna ormai sfiorita, però, ha conosciuto il genio quand’era poco più di un ragazzo. Con una peluria incerta sulle labbra, che nessuno avrebbe definito ancora baffi, e l’abitudine a rispondere con battute sgarbate per nascondere la propria insicurezza. Lei, la ragazza venuta da Titel in Serbia, non era forse la più affascinante tra quelle che Einstein aveva incontrato nella sua giovinezza? E che, malgrado l’handicap della zoppia, poteva vantare una gran bella testa, un’intelligenza che l’aveva portata a iscriversi all’Università di Zurigo.  Quando le donne venivano osteggiate in tutti i modi se intendevano proseguire gli studi oltre il limite stabilito entro una appena sufficiente infarinatura di cultura. Era stava la sua capacità di ragionamento e di studio a permetterle di affiancare il suo geniale fidanzato prima, marito poi, con l’intelligenza e la brillantezza che forse nemmeno i colleghi maschi più apprezzati potevano vantare.

Eppure, tutti quei giorni trascorsi ad affrontare la vita insieme, i due figli da far crescere, di cui uno dovrà fare i conti con gravi problemi legati alla schizofrenia, all’improvviso si trasformano in un vuoto incolmabile. In una lontananza che spinge Mileva nell’angolo più lontano della vita di Albert. E mette in luce i limiti umani del grande scienziato, pronto a cancellare la fortissima sintonia con la prima moglie non appena appare una sua bionda e graziosa cugina: Elsa. Che in seguito, dopo il divorzio da Mileva diventerà legittimo consorte del Premio Nobel. Con la benedizione della madre di lui, Pauline, che del primo matrimonio si era sempre profondamente delusa.

Inventando un impietoso e profondissimo dialogare tra sé di Mileva Marić, dando alle parole, ai ricordi, alle incertezze e alle delusioni il senso forte del crollo di un mondo intero costruito sull’illusione dell’amore, Slavenka Drakulić ricama attorno alla prima moglie di Einstein la sua “Teoria sul dolore”. Che la porta ad assistere all’autodistruzione di una donna intelligente e affascinante. Di una scienziata di valore capace di non lasciarsi travolgere dalla delusione terribile per non essere mai riuscita a completare il corso di studi fino alla laurea. Ma totalmente impreparata a fronteggiare il rifiuto, l’allontanamento, la perdita di un ruolo all’interno della coppia. Perché diventare, all’improvviso, un oggetto inutile, un niente, significa arrendersi all’umiliazione. E accettare di vivere senza più credere in se stessi.

<Alessandro Mezzena Lona<

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