• 23/10/2019

Viola Ardone: “Così sono salita sul Treno dei bambini”

Viola Ardone: “Così sono salita sul Treno dei bambini”

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Due romanzi le sono serviti a prendere le misure. Poi, Viola Ardone ha cominciato a lavorare a una storia dimenticata troppo in fretta. Quella di tanti bambini di Napoli, del Sud dell’Italia uscito dalla Seconda guerra mondiale con le stigmate della miseria e della fame impresse nelle proprie carni, che venivano ospitati per lunghi periodi da famiglie dell’Emilia-Romagna, delle Marche. Un progetto orchestrato dal Partito Comunista e dall’Unione Donne Italiane, che prese forma tra il 1946 e il 1952. Coinvolgendo ragazzini di strada, senza genitori, oppure rimasti da soli con la mamma senza papà.

Da quella storia, da un’appassionata ricerca, ha preso forma “Il treno dei bambini”, che è diventato subito un caso letterario internazionale. Tanto che il romanzo di Viola Ardone, napoletana, docente in un Liceo scientifico, che ha debuttato da scrittrice nel 2012 con “La ricetta dei cuori in subbuglio”, seguito nel 2016 da “Una rivoluzione sentimentale”, ha conquistato i più qualificati editori presenti alla Buchmesse di Francoforte l’anno scorso. I diritti di pubblicazione sono stati acquistati da ben 19 Paesi sparsi nel mondo, dagli Stati Uniti alla Cina. E perfino il cinema ha messo gli occhi addosso a questa storia intensa e bellissima.

Ma attenzione: il “Treno dei bambini”, pubblicato in Italia da Einaudi (pagg. 235, euro 17,50) nella collana Stile Libero Big, è un libro destinato a restare. Non uno di quei casi editoriali gonfiati ad aria compressa. Perché Viola Ardone ha saputo fare della storia del bambino Amerigo Speranza, di sua mamma Antonietta, di quella sbilenca famiglia a cui manca un padre, un viaggio avventuroso ed emozionale nell’Italia della miseria e della solidarietà, delle grandi illusioni e delle successive profonde delusioni. Senza dimenticare la lezione narrativa di Curzio Malaparte, di Natalia Ginzburg, e di altri maestri del ‘900 italiano, la scrittrice di Napoli è riuscita a distillare un piccolo gioiello sospeso tra la memoria storica e l’urgenza del racconto.

La guerra è finita da un anno appena quando Amerigo Speranza deve abbandonare all’improvviso la sua misera casa, il rione di Napoli dove ha imparato a difendersi dalla vita, la mamma che non sa mai regalargli una carezza, ma fa l’impossibile perché la sua adolescenza non si accorga troppo dell’assenza del padre, della quotidiana scarsità di cibo, dei vestiti rattoppati come può. Assieme a migliaia di altri bambini viene caricato a bordo di treni lanciati verso il Nord. Verso un’Italia che ha accettato di condividere quel po’ di carne, di pasta, di pane in più che può portare in tavola con chi, ogni giorno, deve fare i conti con i tormenti della fame. Con la triste abitudine di abbandonare presto la scuola, per imparare le regole che governano il mondo seguendo il duro decalogo della strada.

Ma il viaggio del “Treno deo bambini” sarà tutt’altro che una scampagnata. Perché è organizzato dalle strutture del Pci. Perché l’Italia è ancora profondamente ferita dalla guerra civile che ha contrapposto i fascisti irriducibili e i partigiani. Perché c’è chi va in giro a dire che la democrazia ha scalzato la monarchia imbrogliando i conteggi dei voti nei seggi elettorali. E la propaganda vocifera, senza troppi complimenti, che i ragazzini finiranno dritti dritti in qualche postaccio dell’Unione Sovietica. Sempre che i comunisti cattivi non se li mangino prima.

Scritto seguendo registri linguistici diversi, che accompagnano il passaggio di Amerigo nel viaggio dai rioni popolari di Napoli a un mondo nuovo tutto da scoprire, “Il treno dei bambini” conquista pagina dopo pagina per la forza del racconto, la capacità di tratteggiare i personaggi con una visionarietà e una precisione ammirevoli, la sensibilità di non forzare mai i toni della narrazione, di non lasciarsi prendere la mano dalla retorica. Di non inchinarsi alla facile tentazione di trasformare uno straordinario esempio storico di umana solidarietà in un banale siparietto di propaganda buonista. Quello di Viola Ardone è un romanzo che può rivendicare con orgoglio di affondare le sue radici nella migliore  tradizione letteraria del ‘900. italiano

“Le voci dei bambini sono davvero congeniali al mio modo di scrivere – spiega Viola Ardone -. Già nel mio primo romanzo, ‘La ricetta del cuore in subbuglio’, la protagonista era una ragazzina. Quella storia, però, era ambientata nei primi anni ’80 del 900. Quindi portava con sé anche parte dei miei ricordi. Era come se fosse una sorta di me stessa a raccontare per bocca di un’altra”.

Nel “Treno dei bambini”, invece, il protagonista è un maschietto…

“Questa volta ho voluto confrontarmi con un’altra voce. Quella di un ragazzino che vive a Napoli subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1946, e che trascorre le sue giornate tra i vicoli della città. La stessa Napoli che racconta Curzio Malaparte nel suo capolavoro ‘La pelle’, ma che ritroviamo anche nei romanzi di Ermanno Rea. Un mondo sconvolto dai bombardamenti, segnato dalla miseria e della necessità di inventarsi la vita giorno per giorno”.

Ma conosceva già la storia dei ragazzi del Sud ospitati dalle famiglie del Nord?

“L’ho scoperta alcuni anni fa. Ho dovuto fare delle ricerche per capire meglio com’era andata, non trovavo molte persone disposte a parlarne. In realtà poi, facendo delle ricerche, ho capito che la storia era meno dimenticata di quanto potessi pensare. Tanti avevano conosciuto di persona la generosità di queste famiglie dell’Emilia-Romagna, pronte a ospitare nelle loro case i ragazzi più poveri di Napoli. Ma non ne parlavano volentieri. Non avevano trasformato i ricordi in una memoria collettiva, comune”.

Dopo la pubblicazione del suo romanzo qualcosa è cambiato?

“Adesso molte persone mi vengono a raccontare la loro storia. E riaffiorano ricordi bellissimi. Credo che il romanzo abbia toccato le corde dell’emotività. Sia riuscito a parlare a tanti cuori”.

Forse, parlare adesso di solidarietà che arrivava dal Pci, dal mondo comunista, non è così facile?

“Credo che in parte sia così. Perché fino a quando c’era il Partito comunista, la storia che io racconto era ricordata da tante persone. Però, credo che per molti fosse difficile rievocare questa vicenda senza confessare uno stato di bisogno estremo delle loro famiglie. In quegli anni, la povertà era ancora uno stigma indelebile. Veniva vissuta con grande vergogna. Infatti, sono sicura che nell’Emilia-Romagna se ne parlasse con orgoglio, mentre al Sud si preferiva non dire. Per pudore”.

Pudore di dover confessare che i propri figli non avevano da mangiare, da vestire?

“La mamma di Amerigo, nel mio romanzo, è sempre combattuta tra la riconoscenza per quello che farà la famiglia del Nord in favore di suo figlio e la vergogna per la miseria assoluta che le impedisce di assicurare un presente dignitoso, e soprattutto un futuro, al bambino”.

C’è un doppio registro linguistico nel romanzo: prima popolare, poi sempre più raffinato. Una scelta voluta?

“Ho inventato due costruzioni linguistiche. La prima per far parlare il bambino nel modo più simile a chi viveva in quegli anni a Napoli tra la strada e la propria misera casa. Pur senza usare direttamente il dialetto, ho ideato una sorta di cantilena musicale che riproducesse la parlata della mia terra. Poi, quando Amerigo sale la prima volta al Nord e, in seguito, diventa un importante musicista, serviva un registro più alto, più raffinato. Per accompagnare quel cambiamento radicale della sua vita. Anche se lui continuerà ad usare parole che riveleranno la sua origine”.

È stato facile pubblicare questo libro che, poi, ha conquistato la Fiera di Francoforte?

“All’inizio no. Le prime persone a cui l’ho fatto leggere non si sono entusiasmate subito. Poi, la mia agente Carmen Prestia si è presa a cuore la storia. E l’ha proposta all’Einaudi. La mia fortuna è aver trovato un’editor come Rosella Postorino, che è anche una bravissima scrittrice. A fine agosto, mentre era in vacanza in tenda, con il suo fidanzato, in una notte di tempesta ha iniziato il mio romanzo scorrendolo sullo schermo del telefono cellulare. E si è fermata solo quando lo ha terminato”.

Poi avete lavorato insieme?

“Sì, è stato bellissimo. Perché Rosella mi ha aiutata a far crescere il romanzo. Mi ha sollecitata ad approfondire alcuni passaggi, a mettere ancora meglio a fuoco certi personaggi”.

Antonietta e Amerigo Speranza: sembra che lei li abbia incontrati, conosciuti davvero…

“Quella mamma e quel bambino sono una parte di me. Mentre scrivevo sentivo il desiderio di trovare le parole giuste per farli parlare”.

Lei insegna in un liceo, gli adolescenti li frequenta ogni giorno?

“Insegno Italiano e Latino al Liceo scientifico ‘De Carlo’ a Giuglano, in provincia di Napoli. In una zona un po’ complessa. Fare l’insegnante mi gratifica molto. Credo che non abbandonerò mai il mio lavoro”.

Ha iniziato a scrivere presto?

“Sì, prestissimo, ero in seconda elementare. Scrivevo raccontini e poesiole. Poi, per un periodo, mi sono allontanata dalla scrittura alla scuole medie, mentre alle superiori ho ripreso. Però non sono mai stata una grafomane. Invento storie se ne sento l’urgenza”.

I grandi scrittori l’hanno accompagnata in questa ricerca di una sua voce narrativa?

“Assolutamente sì. Potrei citare Natalia Ginzburg e, in particolare, il suo ‘Lessico famigliare’. Ma anche Italo Calvino e il ‘Sentiero dei nidi di ragno’, dove il protagonista è un ragazzino che incontra un partigiano, un personaggio dalla grandissima statura narrativa. Non posso dimenticare Beppe Fenoglio e la sua lingua, che rappresenta uno dei punti più alti del ‘900 italiano. Ecco, devo dire grazie a tutti loro se sono riuscita a trovare la mia voce letteraria. Mentre scrivevo ero davvero in ottima compagnia”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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