• 07/12/2019

Melania G. Mazzucco: “Ho ritrovato Plautilla, un’outsider di genio”

Melania G. Mazzucco: “Ho ritrovato Plautilla, un’outsider di genio”

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Di Plautilla Briccio si ricordava a stento il nome. Pochi documenti davano di lei un ritratto sfocato. Perfino il suo quadro più famoso, una Madonna con Bambino a lungo ritenuta miracolosa, era attribuito a un artista anonimo. E quasi nessuno diceva più che la Villa del Vascello, da sempre luogo di pellegrinaggio nei romani che credono nella libertà e nella democrazia, è la testimonianza più preziosa del suo talento di architettrice. Sì, proprio come la chiama Melania G. Mazzucco nel suo nuovo romanzo. Un grande affresco storico, un monumento di parole sulla carta creato per riportare in piena luce una donna troppo a lungo dimenticata.

E non poteva che essere Melania G. Mazzucco a tentare l’impresa di raccontare la vita di Plautilla Briccio. Perché la scrittrice romana, che ha vinto il Premio Strega nel 2003, ma anche il Bagutta, il Comisso, l’Elsa Morante, il Bottari Lattes Grinzane, si è sempre appassionata alle storie degli outsider. Di quei personaggi che la Storia tenderebbe a dimenticare in fretta. Come il nonno emigrante di “Vita”; il Tintoretto de “La lunga attesa dell’angelo”: Brigitte, l’infermiera del Congo finita a fare la barbona a Stazione Termini di “Io sono con te”.

Plautilla, vissuta a Roma in pieno 1600, era la figlia di un genio alternativo. Un uomo capace di scrivere libri sugli argomenti più diversi, ma incapace di assoggettarsi a un potente. A chi gli potesse assicurare un tenore di vita un po’ meno duro, pur mettendogli il guinzaglio. E proprio quel papà misogino, incapace di credere nel talento delle donne, perché le reputava dotate soltanto di una straordinaria manualità, ma non della facoltà di studiare e di pensare, l’aveva fatta crescere con un orizzonte sconfinato davanti agli occhi. Tanto da spingerla a diventare in fretta una pittrice di alto livello. E poi la prima donna architetto, capace di disegnare un gioiello come la Villa del vascello a Roma. Nel tempo in cui circolavano nomi eccelsi come Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona.

Melania G. Mazzucco, nel nuovo romanzo “L’architettrice” pubblicato da Einaudi (pagg. 560, euro 22), sa costruire un grande affresco storico, che coinvolge personaggi famosissimi come il Cardinale Mazzarino, ma anche comprimari assoluti in uno scenario pieno di intrighi, pregiudizi, odi, miserie e maneggi alla corte dei Papi, E nel tessere questo minuzioso e affascinante ritratto collettivo della Roma del ‘600, la scrittrice dedica un puntuale ritratto di famiglia ai Briccio, in cui giganteggiano le figure del padre Giovanni e della figlia Plautilla. Accompagnando le mille storie, per lo più inedite, che riempiono le pagine con una lingua moderna, venata solo qua e là da riferimenti precisi alle parole usate in quell’epoca. A certi modi di dire del vivere quotidiano assolutamente insostituibili.

“I miei libri nascono sempre da una scintilla – spiega Melania G. Mazzucco -. Poi, però, devo trovare il materiale giusto perché scoppi l’incendio. Il mio primo incontro con Plautilla risale a un periodo in cui stavo preparando una serie di conferenze. Dedicate alla memoria dell’arte, della letteratura, della musica al femminile. In pratica, mi ero impegnata ad approfondire le cause del perché, spesso, figure di artiste anche importanti sono sparite dal canone, dal ricordo, all’improvviso. Quindi, ero andata alla ricerca di cataloghi, di atti di convegni. Tutto quello, insomma, che poteva aiutarmi nel trovare nomi di cui sappiamo poco o niente”.

Plautilla era lì?

“C’erano due delle figure che, poi, hanno abitato i miei libri. Una era quella di Marietta Tintoretto, che è entrata nella ‘Lunga attesa dell’angelo’, in ‘Jacomo Tintoretto e i suoi figli’. L’altra era Plautilla. Su di lei c’erano poche righe. Si diceva che era romana e che aveva fatto parte dell’Accademia di San Luca attorno alla metà del Diciassettesimo secolo. Mi ha colpito molto quella nota perché, dello stesso periodo storico, si è riscoperta Artemisia Gentileschi. Che già Anna Banti aveva tolto dall’oblio, nel 1947, con il suo libro pionieristico. Ma di cui, in realtà, si è parlato in maniera diffusa solo negli ultimi vent’anni”.

Non era ancora il momento giusto per dedicarle un romanzo?

“Si trovavano pochissime notizie su di lei. Delle opere di Plautilla non si parlava proprio. Al massimo, veniva citata per avere collaborato con il fratello Basilio Briccio. Nient’altro. La scintilla ha appiccato il fuoco tempo dopo. Quando, per un lavoro sul quartiere Monteverde, mi sono trovata a ripercorrere la storia della Villa del Vascello”.

Un simbolo per i romani?

“Non solo è stata l’ultimo baluardo nella difesa della Repubblica Romana. Ma era tradizione dei padri, anche del mio, di portare i figli davanti al muro della Villa. Per spiegare che moltissimi ragazzi, proprio lì, avevano combattuto per un’Italia libera, democratica, repubblicana. Il loro sogno si era spezzato, dal momento che avevano incontrato la Morte combattendo, però è risorto dopo altre guerre, altro sangue. Ecco, io non sapevo che proprio il Vascello era uno dei capolavori di Plautilla. I pochi libri che la citavano, lo facevano sempre abbinandola al fratello Basilio. Solo più tardi, credo nel 2003, la studiosa Carla Benocci le avrebbe attribuito, senza più dubbi, la paternità di quel gioiello architettonico. Perché aveva ritrovato i documenti che lo testimoniavano”.

Mancava ancora un passaggio?

“La scintilla è diventata incendio vero quando è stata restaurata la Pala della Chiesa degli artisti. Santa Maria in Montesanto, che sta in Piazza del Popolo. Dove, a Roma, si fanno i funerali dei grandi registi, poeti, pittori. Tutti noi romani ci siamo entrati mille volte, abbiamo guardato quel capolavoro pittorico. Ma, fino a poco tempo fa, una targhetta diceva solo che si trattava di un’icona antica fatta sul modello delle Madonne con Bambino. Poi, Lucia Magni, la moglie del regista Luigi, ha finanziato il recupero di quest’opera. Scoprendo la firma”.

Il primo segno concreto di Plautilla?

“Sì, anche perché non c’è soltanto la firma. Ma anche un cartiglio che racconta un’incredibile storia. Ovvero quella di un’immagine acherotipa, cioè non dipinta da mano umana. In pratica, come spiego nel mio romanzo, il padre di Plautilla, Giovanni Briccio, si era lasciato andare a una confidenza piuttosto misteriosa. Aveva raccontato, insomma, che il volto della Madonna si era dipinto da solo sulla tela di sua figlia. Confessione che aveva attirato attorno al quadro un’attenzione enorme”.

La sua è stata una ricerca familiare, attorno a Plautilla?

“Sì, mi interessava molto ricostruire le vicende della famiglia Briccio. Perché è stato l’intreccio di storie che ha creato Plautilla. Ovviamente, la figura più interessante era, senza dubbio, quella del padre. Uno scrittore antiaccademico, che ha pubblicato una quantità enorme di volumi: 93. Dall’opuscolo sul ritrovamento di una balena vicino a Santa Severa ai trattati di filosofia, matematica, ai canoni musicali, un libro sui colori, un’altro sul martirio di Gesù, un altro ancora sul clamoroso caso della caccia agli ebrei dopo la morte di Simonino da Trento. Ma anche romanzi criminali sui banditi, sulle feste e le cerimonie romane. Era pure un commediografo di talento. Lavorava sui canovacci della commedia dell’arte. Gli stessi su su cui, poi, elaborava i suoi capolavori William Shakespeare”.

Ma, poi, non è diventato Shakespeare…

“Viveva in un contesto sociale che non gli consentiva di diventarlo. E poi, forse, non ha mai voluto mettersi sotto padrone. Avrebbe trovato una grande serenità economica, dovendo accettare però di muoversi sempre al guinzaglio. Per capire il ‘600, è molto interessante leggere le sue opere. Era un uomo originale, che ha educato i suoi figli ad avere orizzonti molto vasti”.

Era un misogino dalle grandi aperture mentali?

“Briccio era indubbiamente misogino. Credeva che le donne potessero diventare brave nel dipingere, perché sono dotate di grande manualità, però non riconosceva loro attitudine allo studio. Quindi, era sicuro che non potessero affinare il pensiero. E l’arte, si sa, non è solo tecnica. Poi, però, scriveva libri di pittura, aritmetica e geometria per Plautilla. Al tempo stesso, ancora, rischiava di inchiodarla a un destino da lei non voluto”

Come?

“Nel momento in cui s’inventò la storia che Plautilla avrebbe dipinto la sua Madonna con Bambino nella grazia di Maria. Lui lo fece per permetterle di trovare la propria strada. Però la condannò, di fatto, alla verginità, dal momento che era stata prescelta dalla madre di Dio. In questo ricorda l’atteggiamento di Orazio Gentileschi che volle il processo contro chi aveva violentato Artemisia per difenderla. Ma, in realtà, la danneggiò agli occhi della comunità”.

Un’altra contraddizione è il profondo antisemitismo di Giovanni Briccio…

“il suo libro sulla Pasqua di sangue a Trento, e sulla morte del piccole Simone, poteva essere addirittura uno dei primi testi italiani a innescare la caccia agli ebrei. Perché racconta quello che la Chiesa sosteneva sui riti blasfemi compiuti dalla comunità giudaica contro i cristiani. Però non è stato pubblicato. come se Plautilla e Basilio stessi si fossero accorti che si trattava di un testo davvero infame. Impubblicabile”.

Roma, nel ‘600, era fortemente antisemita?

“Allora, c’era ancora il cosiddetto Carnevale degli ebrei nudi. Una tradizione davvero terribile, rimasta in voga fino alla seconda metà del ‘600. Quando Papa Alessandro VII decise di abolirla”.

Non ha voluto costruire “L’architettrice” imitando la lingua del tempo. Perché?

“Ho sempre fatto questa scelta, quando ho scritto romanzi ambientati in altre epoche. In ‘Vita’ mi sono chiesta come parlavano mio nonno e gli altri migranti. Era di certo un dialetto incontaminato. Troppo lontano, però, dalla mia lingua di scrittrice di oggi. Anche Tintoretto parlava veneziano. Non conosceva l’italiano. Per i pochi scritti ufficiali doveva servirsi di uno scrivano. Ma che senso aveva farlo dialogare nel suo dialetto del ‘500? Invece, in tutti i romanzi ho cercato di conservare alcuni modi di dire molto efficaci, espressivi. Insostituibili”.

Le piace raccontare storie di outsider. Perché?

“Credo che sia un retaggio familiare. I Mazzucco erano spaccapietre in un paesino che, allora, stava in provincia di Caserta. Non avevano nulla: né la terra, né i soldi, né la cultura. Erano condannati a sparire. Ecco, mio padre, oltre a insegnarmi l’amore per la scrittura, mi ha fatto capire che la geografia, la miseria non può prendersi il diritto di cancellare la tua storia. Ognuno ha il diritto di vivere, e di essere ricordato. Per questo mi piace raccontare vite di persone spesso calpestate dal loro destino”.

Le voci delle classi subalterne non sono naufragate nel silenzio?

“No, negli ultimi 40 anni si è fatto un ottimo lavoro sulla storia sociale delle classi subalterne, perché queste vicende non vadano perdute. Penso, per esempio, a ‘Terra matta’ di Vincenzo Rabito, che non stenterei a definire un’opera di letteratura. Anche se è l’autobiografia di un illetterato. Perfino Tintoretto era un outsider, che aveva contro un colosso come Tiziano, e doveva confrontarsi con un altro gigante come il Veronese. Alla fine ce l’ha fatta, si è creato un suo mercato. Adesso, nella mia galleria di persone dimenticate e ritrovate c’è anche Plautilla”.

<Alessandro Mezzena Lona<

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