• 22/09/2020

Delphine de Vigan: “La vita allo specchio nei miei romanzi”

Delphine de Vigan: “La vita allo specchio nei miei romanzi”

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Diciamo mille volte grazie, nel corso di una giornata. Spesso, però, dimentichiamo di farlo proprio nei confronti delle persone che ci hanno affiancato in momenti chiave della nostra vita. È questo il tema del romanzo “Le gratitudini” (Einaudi editore) di Delphine de Vigan, che Margherita Botto ha tradotto in italiano per Einaudi. Questo blog, Arcane Storie, ne ha già parlato il 27 febbraio 2020 nell’articolo “Delphine de Vigan, le parole sbagliate per dire grazie alla vita”.

A Pordenonelegge 2020, Delphine de Vigan ha potuto partecipare soltanto in streaming. Bloccata in Francia dal nuovo aumento di casi di contagio da Coronavirus. Però, anche da lontano, si è soffermata a raccontare con grande generosità molti aspetti della propria vita e del lavoro di scrittura. Grazie alla traduttrice Lorena Bottan, che per il pubblico del Capitol di Pordenone ha reso in italiano, con passione e professionalità, le parole della scrittrice francese premiata con il Renault, il Goncourt des lycéens, il Prix du Roman Fnac è il Grand Prix des le trincee de Elle.

“Il personaggio di Michka – spiega Delphine de Vigan – me l’ha ispirato una vecchia signora che conoscevo bene. Alla quale devo davvero molto. È morta all’età di 99 anni in una casa di riposo, proprio come la donna de ‘Le gratitudini’. E come lei aveva perso la capacità di governare le parole. Anche se in modo diverso. Perché il suo linguaggio era diventato come una forma dio groviera. Quando parlava, il discorso era pieno di buchi, di termini che non ricordava più. E che non riusciva a sostituire, come fa Michka nel romanzo, magari con parole immaginarie. Ecco, volevo raccontare proprio questo. Quanto difficile sia attraversare gli anni della vecchiaia se non riesci più a comunicare con gli altri”.

Il suo è sempre uno sguardo ravvicinato sulla vita?

“Mi piace raccontare storie di esseri umani. Guardare le loro vite, dare voce a tutto quello che le attraversa. Questo percorso è iniziato con ‘Le fedeltà invisibili’ del 2018 e, adesso, prosegue con ‘Le gratitudini’. Entrambi i libri partono dalla domanda: che cosa ci lega gli uni agli altri? Poi, nella struttura dei due testi, ho provato a inserire tante cose, senza mai lasciarmi trasportare dal desiderio di tirarla troppo in lungo. Per questo, entrambi, non arrivano a 200 pagine”.

Michka è un personaggio tragico, eppure in certi momenti fa ridere.

“Sì, volevo che il linguaggio di Michka fosse poetico da un lato, ma anche comico. Per questo, accanto al suo smarrimento quando non trova le prole giuste, ho voluto inserire alcuni lapsus, come ‘gratis’ al posto di ‘grazie’, ‘tartine col tondo’ e non con il tonno, o ‘con il sermone’ al posto del salmone. Per rendere la mia anziana signora un personaggio doloroso e, al tempo stesso, irresistibile”.

La vecchiaia ė una corsa contro il tempo…

“La vecchiaia, in Francia, ma credo anche in molte altre parti del mondo, è sinonimo di solitudine. Oggi, gli ultimi anni della vita, molto spesso, vengono vissuti lontano delle proprie famiglie, in una casa di riposo. Ma il tema centrale del mio romanzo è, senza dubbio, la gratitudine. Perché Michka, quando inizia a perdere il controllo sulle parole, si rende conto che le resta ancora poco tempo. E che non ha ringraziato le persone che, quando era bambina, le hanno salvato la vita. E, come scrivo all’inizio del libro, quando si rende conto che il tempo stringe, ormai è troppo tardi”.

Nel romanzo irrompe la Shoah: una ferita ancora aperta?

“La Shoah è una ferita che si sta riaprendo. Ho letto dei sondaggi che mi hanno turbata molto: il 15 per cento delle persone intervistate ha dichiarato di non sapere nulla dei lager nazisti e dello sterminio degli ebrei. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, dove un terzo dei giovani ha detto di essere all’oscuro di tutto ciò. Purtroppo poi, in Europa e non solo qui, l’antisemitismo è ricomparso. Copiando i modelli di un tempo, ma inventandone anche di nuovi. Sono convinti che tocchi a noi scrittori il dovere di non lasciare impallidire, svanire la memoria della Storia”.

Ha toccato un tema delicato è bello: la voglia di piacere ancora che prova una vecchia signora.

“Quando andavo a trovare la mia signora anziana, che ha ispirato Michka, mi colpiva molto il suo desiderio di piacere ancora. La sua civetteria, la voglia di sedurre, nonostante l’età avanzata. Ecco, il mio personaggio è proprio così. Quando parla con Jérôme, il giovane ortofonista che la aiuta a ritrovare le parole perdute, si mostra molto arguta, perspicace, intrattiene un dialogo piacevole, coglie i punti deboli dell’uomo che le sta accanto. Lo accompagna a rivelare la ferita ancora aperta che si porta dentro. Mi sono divertita anche a descrivere come questa donna riveli di non essere invecchiata nello spirito proprio quando si prepara, si veste, per accogliere Jérôme nei loro appuntamenti settimanali. Che per lei rappresentano forse l’ultima scintilla di vita”.

Lei, quando scrive, non ha mai paura di fare i conti con la realtà?

“Nei miei libri c’è sempre un riferimento alla mia vita, a me stessa. Il primo romanzo, ‘Giorni senza fame’, è dedicato al problema dell’anoressia. In ‘Niente si oppone alla notte’ parlo di mia madre, della sua malattia psichica, del suicidio. Quei libri, io dovevo scriverli. Era necessario per me, per fare i conti con la realtà che ho attraversato. Pur cercando di fare in modo che parlino al maggior numero di lettori possibile. Che siano universali. Perché l’autobiografia deve sempre farsi rimodellare dalla fantasia. Anche quando non faccio riferimento a me, le storie non arrivano mai dal nulla. Si riferiscono sempre a fatti che mi hanno coinvolto, turbato, ferito. Come il tema del maltrattamento dei bambini che c’è ne ‘Le fedeltà invisibili’. Io, insomma, scrivo storie sull’infanzia, sul passaggio difficile all’età adulta. Spesso cerco le tracce dell’adolescente in quello che sarà domani un uomo o una donna”.

Perché ha firmato “Giorni senza fame”, il suo romanzo di debutto, con lo pseudonimo Lou Delvig?

“Ho scritto ‘Giorni senza fame’ 15 anni dopo la mia guarigione dall’anoressia. Sono stata ricoverata in ospedale a 19 anni, in una situazione che era molto vicina alla morte, come capita al personaggio del romanzo. Poi, quando è passato un bel po’ di tempo, ho provato il desiderio di raccontare questa mia storia proprio perché ero guarita. Però volevo trovare anche una certa distanza dai fatti, pur senza negare di averli vissuti. In più, lavoravo già in un’azienda, non mi piaceva che i miei colleghi mi guardassero con gli occhi della compassione, o dell’incomprensione. Non sapevano niente di quella mia terribile esperienza. Temevo anche la reazione di mio padre: come avrebbe reagito a vedere il suo cognome sulla copertina di un libro che racconta l’anoressia? Per questo, nel 2001, ho scelto uno pseudonimo, Lou Delvig, e un nome per la protagonista che non fosse il mio. Infatti si chiama Laure. Poi, ho cambiato altre cose. Lei viene ricoverata per tre mesi, io sono rimasta in corsia ben più a lungo. E, nonostante questo, credo si capisca subito che è una storia vissuta sulla propria pelle”.

Pensa mai ai suoi lettori, quando scrive?

“Non penso mai: questo libro piacerà ai miei lettori? No, devo seguire il percorso che mi accompagna a sviluppare una storia. Io scrivo senza nemmeno chiedermi che cosa, poi, dirà la critica”.

Contenta che “Da una storia vera” abbia attirato l’attenzione di Roman Polanski?

“Per tre volte, in realtà, un mio libro è diventato film. Prima con “Gli effetti secondari dei sogni”, poi con “Le ore sotterranee”. Quando Roman Polanski mi ha chiesto se fossi favorevole a una versione cinematografica del romanzo “Da una storia vera”, avevo già ben presente che, molto spesso, nel passaggio alla letteratura al cinema si compie un vero e proprio tradimento del testo. E, poi, intuivo che al regista interessava puntare tutto sulle vicende di una persona che si impossessa della vita di un’altra persona. Voleva trasformarlo in un thriller psicologico, non gli interessava stare al confine tra la realtà e la fantasia, come accade nel libro. Quindi, ho detto sì sapendo bene che dovevo aspettarmi un’opera molto diversa dalla mia”.

Le è capitato di rifiutare una proposta dal cinema?

“Certo, per esempio per ‘Niente si oppone alla notte’. È un romanzo troppo intimo,. Contiene mie emozioni profonde, non potevo accettare di metterlo nelle mani di altre persone. Infatti ho rifiutato la proposta”.

Mentre scriveva “Da una storia vera” sentiva davvero così forte la pressione del successo su di sé?

“Quel libro è strettamente legato al mio romanzo precedente. ‘Niente si oppone alla notte’ è stato un grandissimo successo in Francia e in tanti altri Paesi. Ero molto felice di ciò, però tutta quella visibilità mi è arrivata all’improvviso. E poi, ho raccontato una storia davvero intensamente legata alla mia vita che, per la famiglia, si è trasformata in una vera bomba a orologeria. Non mi aspettavo che colpisse i lettori in maniera così forte. Nelle librerie, nei festival, ho incontrato tante persone che erano rimaste sconcertate. Venivano a raccontarmi la loro esperienza con la depressione, con il suicidio. Spesso piangevano. E io ero lì, come una spugna, ad assorbire il dolore, le emozioni degli altri. Mi chiedevano: è tutto vero quello che ha raccontato? Così, mi hanno suggerito titolo e romanzo”.

I titoli che lei sceglie vengono, poi, rispettati dagli editori?

“Ho avuto molta fortuna. Finora ho sempre scelto io il titolo. Soltanto una volta, con ‘Le ore sotterranee’, non è andata subito liscia. In prima battuta mi era venuto un titolo che, poi, l’editore ha respinto perché era già stato dato a un altro romanzo. Invece, mi é capitato che venga no modificati i titoli quando i miei libri escono in traduzione. Spesso non mi avvisano nemmeno”.

<Alessandro Mezzena Lona

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