• 28/09/2020

Peter Cameron, notti di luce e tenebra lassù nel Grande Nord

Peter Cameron, notti di luce e tenebra lassù nel Grande Nord

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“Non riuscì a capire se le stelle ci fossero davvero, perché apparivano e svanivano così in fretta da sembrare una visione, e non stelle reali”. È Jane Bowles la scrittrice che Peter Cameron sceglie come spirito guida del suo nuovo romanzo. Un libro che lo scrittore del New Jersey, con casa nel Vermont, ha scritto in dieci anni. Lasciando che prendesse forma, piano piano, dentro di lui, partendo da un’improvvisa epifania. La visione di una coppia che viaggiava attraverso boschi innevati, a bordo di un treno, senza sapere quale fosse la loro meta. Chiedendosi dove stessero andando e che cosa li portasse a intraprendere quell’incerto vagabondare.

Chi conosce Peter Cameron e i suoi romanzi, amatissimi da un pubblico di lettori che lo segue da anni, in modo particolare in Italia, sa bene che lo scrittore americano non ha mai avuto paura di muoversi su quella linea sottile che divide la banale realtà di ogni giorno dall’imprevisto, dalle coincidenze che non arrivano mai per caso, dall’impossibilità di spiegare certi incontri inaspettati. Basterebbe ricordare che per “Andorra” s’era inventato una città affacciata sul mare che non corrisponde al luogo reale. Anche nelle storie de “Gli inconvenienti della vita” ha lasciato che fosse l’inquietudine a guidare la sua fantasia. Adesso, “Cose che succedono la notte”, tradotto con grande cura da Giuseppina Oneto per Adelphi (pagg. 243, euro 19) riannoda i fili proprio con quelle tracce narrative sospese tra la luce della razionalità e la penombra dell’inspiegabile.

E non è solo la citazione straniante di una scrittrice troppo in fretta dimenticata, come la Jane Bowles di “Due signore perbene”, sposata all’autore del “Tè nel deserto” Paul Bowles e coinvolta in una lunga relazione amorosa con la cantante e attrice statunitense Libby Holman, che traccia la rotta di questo romanzo originale, bello, appassionante come una serie tv e raffinato come solo i libri meditati, lavorati, inventati e reinventati per anni sanno essere. Ma anche il mettere tra le mani della donna, protagonista insieme al marito della storia, un romanzo dalle atmosfere cupe, sfuggenti, dell’autore britannico Hugh Walpole, “The dark forest”, accompagna con il soffio dell’imprevisto e dell’inquietudine l’evolversi di “Cose che succedono di notte”.

L’epifania che ha portato Peter Cameron a concentrarsi per dieci anni sulla scrittura di “Cose che succedono la notte” prende forma nelle prime pagine del libro. Un uomo e una donna viaggiano a bordo di un treno disperso in un paesaggio gelido e per niente accogliente nel Grande Nord. Vengono dall’America e devono raggiungere un posto dal nome impronunciabile, Borgarfjaroasysla. Lì, li aspetta la camera prenotata al Grand Hotel Imperial di quella città che sembra perennemente prigioniera di ripetute bufere di neve. In qualche modo ci arrivano, dopo essere scesi con i bagagli in una stazione dispersa nel nulla. E avere convinto un uomo, che non sembra troppo sicuro di essere lì per accompagnare i clienti da qualche parte nella notte con la sua macchina, a scortarli fino alla sospirata meta.

Però, in qualche modo, i due viaggiatori raggiungono il loro albergo, dove hanno prenotato una camera. E fin dal primo momento, si trovano catapultati in una sorta di enorme antro, che forse un tempo è stato molto elegante e frequentato da clienti danarosi, dove ogni persona sembra trasferita lì da una realtà parallela. A partire dagli addetti alla reception, che spariscono e riappaiono come figure intercambiabili di un tirassegno. Per proseguire con Lárus, l’addetto al bar, che può rimanere immobile per un tempo lunghissimo a fissare il muro davanti a sé. Come se proprio su quella parete qualcuno proiettasse le immagini di un film del tutto irresistibile.

Ma il vero perno attorno a cui ruota la storia è una bizzarra donna, ormai avanti con gli anni, Livia Pinheiro Rima, che canta e suona il piano per i pochi clienti dell’albergo. Dice di avere lavorato in un circo, racconta mirabolanti storie sul suo passato di attrice interrotto in maniera misteriosa. Soprattutto, fa di tutto perché l’uomo e la donna, arrivati fin lì per adottare un bambino all’orfanotrofio della città, incontrino un misterioso guaritore chiamato Fratello Emmanuel. Solo lui, secondo la fascinosa, seppur anziana artista, potrà aiutare la moglie e vincere il cancro. A ritrovare un equilibrio nel suo corpo fiaccato dalle lunghe cure, e da una sottile, devastante malinconia generata dalla certezza che sarà impossibile uscire vincente da quella sfida con la malattia.

A infoltire quella strana compagnia di personaggi c’è anche un ambiguo uomo d’affari. Un tipo invadente e suadente, che cerca di risvegliare nel marito il ricordo di qualche notte brava condivisa a New York, quando lui era lì per concludere una faccenda di lavoro. Sintonia erotica che l’uomo, straziato dalla preoccupazione per la salute della moglie e combattuto da sentimenti contrastanti per l’imminente adozione del bambino, non solo ha del tutto scordato. Ma si rifiuta con stizza di rievocare. Forse perché ha paura di ammettere che quell’avventura sia riuscita davvero a scompaginare, seppure per qualche ora, il suo immutabile stile di vita.

Pagina dopo pagina, “Cose che succedono la notte” trascina il lettore nel suo gorgo di storie strane, fatti inspiegabili. Lo porta a guardare con diffidenza i meandri dell’albergo dagli infiniti corridoi, sempre deserti, dalle innumerevoli stanze che sembrano tutte vuote dietro le porte trasportate da lì, chissà quando e perché, dal Teatro chediviale dell’Opera del Cairo. In quell’unica oasi di luce e di calore che è il bar, presidiato sempre dall’enigmatico Lárus, che sembra uscito dal pertugio di una realtà parallela, può accadere qualunque cosa. Perché la storia di Peter Cameron ha un retrogusto da romanzo gotico, delle improvvise, fantastiche illuminazioni oniriche. Fino a spingere il traballante rapporto tra i due coniugi a un’inevitabile resa dei conti. A un chiarimento forse sgradevole, eppure necessario. Difficilissimo da affrontare per loro, in ogni caso,  quando erano ancora lontani dal Grand Imperial Hotel.

Fin dai tempi di “Quella sera dorata” e “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, Peter Cameron ha abituato i suoi lettori a guardare negli abissi del cuore dei personaggi che mette in scena. Questa volta, li porta ad andare ancora più in là. Perché in “Cose che succedono la notte” accompagna i due coniugi, che stanno al centro della storia, nel tenebroso viaggio che li porterà ad abbandonare le proprie certezze. Ad allontanarsi da quel mondo che conoscono così bene.

A spingere marito e moglie verso la penombra che dovranno attraversare, per accedere al loro cambiamento, li accompagna un’umanità ambigua, li coinvolge una serie di incontri tutti da decifrare, un ambiente naturale selvaggio e fuori controllo. Il Grand Imperial Hotel è l’antro magico dove ogni cosa sembra contesa dalla sfida titanica tra dubbi e certezze. Solo lì i due coniugi potranno recitare fino in fondo lo psico-dramma che si sono portati dentro per lunghi anni. Perché quel luogo è lontanissimo dal loro castello fortificato con  incrollabili certezze estremamente traballanti.

Peter Cameron costruisce, con “Cose che succedono la notte”, un romanzo dal fascino sottile, ipnotico, perturbante. Regala alla storia una gamma di registri narrativi che sono divertenti e perturbanti, leggeri e angoscianti, buffi e drammatici, allusivi e misteriosi. In un testo che a ogni frase, a ogni gesto, a ogni singolo avvenimento può nascondere un altro significato. Un doppiofondo, come nei vecchi bauli dei maghi, dove forse si nasconde la risposta a tutte le domande.

<Alessandro Mezzena Lona

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