• 13/10/2020

Ettore Scola, il lessico famigliare di un venerato maestro

Ettore Scola, il lessico famigliare di un venerato maestro

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Raccontare quello che, con parole di Alberto Arbasino, si può definire un venerato maestro. Tracciare un ritratto in piedi del regista che ha firmato film come “C’eravamo tanto amati”, “Brutti, sporchi e cattivi”, “Una giornata particolare”, “I nuovi mostri”, “Ballando ballando”, “La famiglia”. Guardare da dietro le quinte l’uomo che ha creato una storia capace di raccontare con precisione, implacabile ferocia e divertita amarezza l’Italia dei salotti, della politica, del disamore degli anni ’80. Tanto da spingere lo scrittore francese Daniel Pennac a commentare: “Sembrava di essere nella Terrazza di Scola”. A proposito di “uno pseudodibattito dove alcune teste pensanti si sfidavano senza credere a quello che dicevano”.

Ma chi poteva azzardarsi ad analizzare, a guardare da vicino Ettore Scola senza retorica? Evitando di rifugiarsi nella ridondante banalità degli ammiratori. Scartando a priori la pedante, a volte sterile, puntigliosità di certi biografi dei grandi personaggi. Ma certo: soltanto chi, quel regista, quell’uomo capace di attraversare la cultura italiana del ‘900 senza mai smettere do osservarla con ironia e disincanto, lo ha visto anche nel ruolo di papà, di marito. Di uomo lontano dalle luci della ribalta. Con le sue fulminanti battute e i momenti di stanchezza. Raccontandolo nei panni ufficiali di regista di film importanti, di personaggio pubblico, ma anche di persona qualunque colta nella rilassata quotidianità della vita privata. Tra amici famosi, lampi di genio, aneddoti curiosi, tenerezze da padre.

Infatti, dopo molti tentennamenti, scalando una montagna di dubbi e di incertezze, Paola e Silvia Scola hanno messo mano a uno dei libri più belli che siano stati pubblicati in questi anni. Un viaggio nel cinema e nella vita. Un amarcord che non si fa mai tentare dalla facile scorciatoia di mitizzare il passato per distruggere il presente. Un racconto godibilissimo e pieno di notizie, spesso inedite anche a chi ha rivoltato la storia della settima arte come un calzino da mettere in lavatrice. Si intitola “Chiamiamo il babbo. Ettore Scola, una storia di famiglia”, è pubblicato da Rizzoli (pagg. 286, euro 19). Ed è introdotto da un bellissimo testo scritto da Daniel Pennac, l’amato autore del Ciclo dei Malaussène, de “La fata carabina”, dello straordinario memoir “Mio fratello”.

Del libro di Silvia e Paola Scola se n’è parlato nell’edizione 2020 delle Giornate della Luce a Spilimbergo.

Il titolo per primo, ma poi tutto il divenire del testo, mette subito sull’avviso il lettore: “Chiamiamo il babbo” non è solo un libro su Ettore Scola. E nemmeno sul cinema, o sull’Italia del secondo dopoguerra. No, “Chiamiamo il babbo” è una sorta di lessico famigliare che sarebbe piaciuto di sicuro a Natalia Ginzburg. Perché racconta il regista, e la sua famiglia, i colleghi e gli amici, ricostruendo la storia e le storie con le battute folgoranti che hanno accompagnato quegli anni.

“Chiamiamo il babbo” arriva da un film del grande Totò. E racconta la gag del grande comico del Rione Sanità di Napoli costretto a recarsi dal dentista per un doloroso ascesso. Quando il principe de Curtis si trova davanti il figlio del dottore, un medicuccio giovane giovane del tutto inesperto e pavido, pronuncia, terrorizzato e dolorante, proprio quella battuta. Ecco, Ettore Scola la usava spessissimo quando la situazione gli sembrava spinosa, Come l’altro tormentone, sempre mediato da Totò nella scenetta in cui si trova a stretto contatto con l’onorevole Trombetta in un vagone ferroviario. E dopo averlo aiutato a… sistemare i bagagli fuori dal finestrino, non esita a riservare lo stesso destino anche alle scarpe del fastidioso uomo politico. Liquidando la faccenda, quando lui chiede dove abbia riposto le sue calzature, con un lapidario: “Accanto alle valigie”.

Ecco, il libro di Silvia e Paola Scola è costruito tutto così, senza mai smettere di ascoltare la voce del padre. Senza chiedersi per un attimo che cosa avrebbe detto se fosse stato qui a leggere quello che loro andavano scrivendo. Perché l’imperativo categorico del regista de “La terrazza”, che ha scritto una settantina di sceneggiature prima di debuttare alla regia, è sempre stato uno solo. Ripetuto come un mantra a tutti i produttori coinvolti nei suoi progetti: fare ridere. Anche se, poi, si sa bene che Ettore Scola ha diretto film come “Trevico-Torino. Viaggio nel Fiat-nam” capaci di infastidire perfino l’Avvocato Gianni Agnelli. Perché quel “documentario drammatizzato”, che raccontava il calvario degli operai emigrati dal Sud verso Torino in cerca di lavoro, tracciava un ritratto dello sfruttamento umano e dell’abbrutimento a cui erano destinati migliaia di giovani venuti al Nord sognando una vita migliore.

E non bisogna dimenticare che il cineasta di Trevico, provincia di Avellino, ha costruito una pellicola come “Brutti, sporchi e cattivi” attorno a una famiglia che vive in una baraccopoli romana e che non corrisponde assolutamente al mito del “buon selvaggio”. Perché la miseria, stava là a testimoniare il protagonista Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi), finisce per spegnere qualsiasi sogni, per distruggere gli ideali, per annichilire il più elementare senso morale. Lasciando libero sfogo alla cattiveria, all’egoismo, alla difesa violenta dei pochi privilegi conquistati. Come il milione di lire che Giacinto incassa dall’assicurazione, dopo aver perso un occhio sul lavoro a causa di un getto di calce viva. E che custodisce gelosamente, minacciando tutti.

“Chiamiamo il babbo” è un lungo viaggio nei “mondi complessi” di Ettore Scola regista. Allinea i ricordi della fondamentale scuola del “Marc’Aurelio”, il periodico satirico che poteva schierare una batteria di battutisti straordinaria: da Attalo a Steno, da Vittorio Metz a Marcello Marchesi e Giovanni Mosca. Una scuola di scrittura, diretta da quel Vito De Bellis che commentava le gag più riuscite con un “fa molto ridere” senza mai mutare l’espressione serissima del viso, dalla quale uscirono grandissimi registi come Federico Fellini e lo stesso Ettore Scola. Ma anche una coppia di sceneggiatori come Agenore Incrocci, in arte Age, e Furio Scarpelli. Ma Paola, che è stata segretaria di edizione, assistente di studio, aiuto regista e sceneggiatrice, e Silvia, autrice radiofonica e teatrale, che ha scritto con il padre film come “Che ora è”, “La cena”, “Concorrenza sleale”, attraversano con grande felicità narrativa gli anni segnati da Sergio Amidei, il triestino che sapeva scrivere storie per il grande schermo esercitando una critica sociale feroce pur senza mai smettere di sorridere, da Vittorio Gassman e Alberto Sordi, da quell’attore indolente e straordinario, insicuro e fascinoso che era Marcello Mastroianni. Da una splendente Sophia Loren che solo Ettore Scola riuscì a domare per convincerla a interpretare, come voleva lui, la parte di Antonietta in “Una giornata particolare”

Ma accanto al mondo “ufficiale”, al grande cinema, non mancano mai le storie di famiglia. L’abitudine di papà Ettore di ribattere alle domande assurde, in ricordo di Alberto Sordi in una scena di “Riusciranno i nostri eroi?”, con la fulminante battuta: “Ragioniere, io neanche le rispondo!”. Lo scivolone linguistico di un agente che, nel proporre i suoi attori da provinare per “La famiglia”, assicura a Paola: “Verrò a Roma per avere un rapporto orale con lei”. La raccomandazione di Furio Scarpelli che, nel costruire la sceneggiatura di un film equilibrato e bello, raccomandava di non mettere solo scene madri, ma anche scene figlie. I giovedì “open house” a riempire casa Scola di amici per inventare sempre nuovi giochi da condividere in una babelica notte di divertimenti. Le mani bucate del grande Ettore, “pagatore seriale, compulsivo, capace di spendere solo per cose effimere: ristoranti, bar, regali”. Il sogno di un mondo nuovo, che non ha mai smesso di suggerire a Scola la speranza di vedere formarsi “un cambiamento progressista ed egualitario della nostra società”. Anche quando il Partito Comunista Italiano ha ammainato la bandiera con la falce e il martello. E poi, ancora, la capacità di quel papà famoso di essere vicino alla figlia Paola nei momenti di una turbinosa crisi esistenziale. Scrivendo una lettera, dove si firmava “L’uomo dello sportello”, in cui elencava con grande sensibilità e discrezione i motivi per cui “non è affatto inutile” provare ad aggrapparsi alla vita, per cercare una seppur transitoria felicità.

Grazie a questo libro, Ettore Scola ritorna a noi, quattro anni dopo la sua morte, in tutta la sua grandezza artistica. Ma anche in tutta la sua complessa, profonda, originale umanità. Tanto da dettare a Silvia e Paola un finalino che strappa il sorriso. Perché ci fa immaginare la voce del regista che, travolto dalla valanga di parole dette su di lui fino a quel punto, ripropone una delle sue battute preferite: “E mo’? Secondo me scatta la querela”.

<Alessandro Mezzena Lona

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