• 02/11/2020

Letizia Muratori, essere o apparire in una “Insalata russa”

Letizia Muratori, essere o apparire in una “Insalata russa”

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Siamo fatti di storie. E sono sempre le storie a tenerci in vita quando non ci siamo più.  Perché raccontano come eravamo.Perché, sì, uno dei grandi serbatoi di trame per chi scrive romanzi sono proprio i ricordi di famiglia. Basta entrare in una libreria per rendersi conto quanto spazio occupino, ogni mesi, i libri nuovi che costruiscono elaboratissime, intricate saghe familiari. Spesso difficili da seguire, da digerire. Proprio per la ridondanza di nomi, dettagli, retroscena, intrecci. Strada che non ha seguito affatto una scrittrice brava e originale come Letizia Muratori.

Su di lei, il richiamo dei ricordi di famiglia non ha mai fatto presa. Basterebbe ricordare che il romanzo di debutto di Letizia Muratori, “Tu non c’entri”, ruotava attorno al personaggio di Elena, una ragazzina spaccona e mitomane in bilico tra il mondo degli adolescenti e quello dei genitori, degli insegnanti, incapaci di sintonizzarsi con i propri figli e con gli allievi che vedono ogni giorno in classe. E che, da lì in poi, la scrittrice romana ha costruito un percorso narrativo costellato da inquieti sguardi sul presente ne “La casa madre”, “Il giorno dell’ìndipendenza”, “Spifferi”, fino ad arrivare a “Carissimi” pubblicato l’anno scorso.

Ma, a ben guardare, nemmeno “Insalata russa” è una saga di famiglia. Perché in questo delizioso racconto lungo, pubblicato dalle Slow Food Edizioni nella Piccola biblioteca di cucina letteraria (pagg. 118, euro 10), Letizia Muratori lavora di sottrazioni. Toglie al suo racconto tutte le sovrastrutture che potrebbero trasformarlo in un’inutile saga dei ricordi. Lo scarnifica fino a far emergere un personaggio solo, su tutti. Una sorta di strampalata divinità, che lei chiama semplicemente nonna, capace di conquistare il palcoscenico delle pagine con tutta la sua inappuntabile eleganza e strafottente incapacità di mettere assieme un pranzo o una cena come si deve. Pur ottenendo risultati culinari inattaccabili dal punto di vista dell’apparenza, della presentazione al pubblico di commensali.

Nonna valica i confini della realtà, diventa un messaggero dell’immaginazione. Una realissima fantasia letteraria. E da lì, dal suo angolino in equilibrio tra i ricordi e la voglia di raccontare, non fa nulla per nascondere “di odiare la cucina”. E se per un periodo può contare su Valentina, “che sapeva fare gli agnolotti come nessuno”, quando la sua preziosa collaboratrice se ne va, perché “si era ammalata di cuore” tra una delusione amorosa e l’altra, lei si trova a dover inventare un metodo culinario che le permetta di fare bella figura. Sempre. Senza, per questo, scannarsi di fatica ai fornelli.

Certo, il modello da seguire ci sarebbe stato: sua suocera, conosciuta come nonna Maria. Quella donna, “che sbiadiva in certi ritratti fotografici come un fantasma dal volto vagamente mascolino”, si era sempre dimostrata di un’abilità in cucina di cui “si era perso per sempre lo stampo”. Una, insomma, capace di preparare piatti spettacolari. Anche se poi, nei segreti di famiglia mai rivelati apertamente, anche lei custodiva un trucchetto che le permetteva di fregiarsi del titolo di sacerdotessa dell’insalata russa. Forse senza meritarlo appieno.

Ma questa nonna che segna il ricordo dei giorni di Natale, che incarna il Verbo borghese basato sull’abici del ricevere ospiti, del preparare piatti, stando sempre bene attenti a non sfigurare, a curare il dettaglio e l’apparenza, senza mai mai fare a meno di una messinscena governata dall’inganno, nel ricordo della voce narrante diventa un dettaglio. Quello delle sue mani magre e slanciate, sempre smaltate di rosso. E delle sue dita curate e olivastre, capaci di rappresentare altrettanti messaggeri della sua morale: “Nelle favole come nelle retrovie di una cucina, il segreto stava tutto nel conoscere la misura giusta delle cose. Conoscerla era sufficiente, metterla in pratica solo un’opzione”.

Questa nonna capace di preparare un’inappuntabile, pesantissima maionese, come chiamava lei con finta modestia l’insalata russa, assume i connotati, episodio dopo episodio, in un fluire arguto e incalzante di pagine scritte con divertita passione e incantata grazia, un’eminenza grigia del sapersi comportare in società senza permettere che gli altri ti succhino l’anima. Perché nel desiderio della nonna di sapere le cose era insito il concetto che conta di più avvicinarsi a quel sapere che raggiungere l’obiettivo. Dal momento che “nella conquista finale c’era il rischio di passare per fuoriclasse, rischio che lei non avrebbe mai voluto correre, perché mirava all’esercizio del potere, che è sempre discreto, defilato”.

Un fuoriclasse, racconta Letizia Muratori, avrebbe fatto dell’insalata russa il suo capolavoro di gusto e leggerezza. Nonna, invece, preferiva scegliere la via alternativa. “Ti spiegava come si sarebbe dovuta fare e come, invece, la faceva lei”. Il segreto, infatti, era usare le verdure già tagliate e pronte nei sacchetti dei prodotti surgelati. E alla maionese fresca, che costa un sacco di lavoro e di maestria, sostituiva “un bel barattolo di Calvè”. Sapeva bene, infatti, che la gente mitizza i fuoriclasse, ma non li ama. Preferisce pensare che chi ti ha cucinato il pranzo o la cena, è uno come te. E che anche tu, con un po’ d’impegno, riuscirai a preparare gli stessi piatti.

Non può mancare, in questo delizioso libretto, una parte finale in cui Letizia Muratori prova a tracciare il viaggio, intricatissimo, della nascita dell’insalata russa. Racconto accompagnato dalla ricetta di quella che in molti Paesi dell’Europa chiamano direttamente insalata italiana. Dove alcuni ingredienti sono fondamentali, insostituibili. Come certi ricordi che formano la storia personale di ognuno di noi. Piccoli mattoni della nostra identità, messi uno sopra l’altro dallo scorrere del tempo.

Essere o apparire, questo è il dilemma

<Alessandro Mezzena Lona

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