• 16/01/2018

Gian Mario Villalta, la memoria è un’isola

Gian Mario Villalta, la memoria è un’isola

Gian Mario Villalta, la memoria è un’isola 1024 680 alemezlo
Pensiamo di sapere tutto sul ‘900. Soprattutto sugli orrori seminati da un “secolo breve”, come l’ha definito lo storico britannico Eric Hobsbawn, che non si è risparmiato i genocidi, i lager e i gulag, le guerre e i milioni di inutili morti dentro le trincee. E, invece, non ci rendiamo conto che qualcuno è riuscito a giocare a nascondino con la memoria. Costruendo incubi invisibili. Occultando l’orrore grazie a una raffinata operazione di mascheramento dei ricordi. Anzi, riuscendo a convincere le vittime stesse che era preferibile dimenticare tutto. Che la loro testimonianza, le storie raccontate a parenti e amici, avrebbero creato soltanto altro dolore. E, per di più, diffidenza, incredulità, incertezza. Finendo per screditare il portatore stesso di quel messaggio così perturbante.

Grazie a questo potentissimo lavaggio del cervello, per lunghi anni nessuno ha sentito parlare di Goli Otok. Di quell’Isola Calva piazzata nel Mare Adriatico davanti a un’autentico gioiello turistico come Rab-Arbe. Di uno dei più feroci campi di concentramento, di uno dei più brutali e sofisticati centri di rieducazione inventati dalla Jugoslavia di Tito. E la cosa più straordinaria, e spaventosa, è che a creare questo muro di silenzio sono stati gli stessi sopravvissuti a quell’inferno. Prigionieri comunisti pure loro, però eretici “cominformisti” che propagavano il Verbo di Mosca inviso a Tito e ai suoi fedelissimi, convinti dalle guardie del lager, e di conseguenza dalla raffinata macchina rieducativa ideata dal Partito, a non raccontare nulla se mai avessero avuto la fortuna di tornare a casa vivi. Anzi, di più, costretti a firmare un documento in cui si impegnavano a non rivelare nulla. Altrimenti rischiavano di finire ancora una volta nel tritacarne della repressione. Quel marchingegno perfetto e tenebroso che convinceva loro stessi  a trasformarsi nei peggiori guardiani, nei più feroci aguzzini dei compagni di sventura capitati per disgrazia lì.

Ma com’è possibile che nessuno sia riuscito, per lunghissimo tempo, a valicare questa cortina di ferro di silenzio? Gian Mario Villalta, poeta raffinato e scrittore mai banale, direttore del Festival Pordenonelegge, se lo è chiesto frugando tra i propri ricordi. E per anni è andato inseguendo i fantasmi di Goli Otok, tenendo aperto un file di scrittura che aggiornava di tanto in tanto, senza mai riuscire a chiuderlo. Senza mai tirare le somme e fare i conti, una volta per tutte, con l’ossessione di una storia a noi così vicina, e terribile, eppure tanto lontana da sembrare dispersa nelle cronache di una galassia invisibile. Fino a quando, il ragionamento attorno alle amnesie della memoria è diventato un libro. Un ragionato diario di bordo, personalissimo eppure collettivo, in cui un intellettuale come l’autore di “Vedere al buio”, “Vanità della mente”,, “Vita della mia vita”, “Scuola di felicità”, si costringe a riflettere su quanto la letteratura sia inadeguata a ricordare le cose sgradevoli, spesso preferisca dimenticare, e su che cosa resterà realmente del nostro passaggio, in “L’isola senza memoria” pubblicato da Laterza nella collana Solaris (pagg. 115, euro 14). Un libro forte, inquieto, capace di passare sulla pelle di legge con la forza della carta vetrata. Non certo una favola della buonanotte, tanto per intenderci, di quelle mielose e consolatorie che sembrano piacere tanti agli editori italiani.

Villalta non fa sconti a nessuno. Men che meno a se stesso. E gli viene spontaneo, prima di addentrasi nelle tenebre di Goli Otok, rievocare l’incosciente, ingenua non volontà di sapere del mondo in cui è cresciuto. Lui, che è nato a Visinale, un paese al confine tra il Friuli Occidentale e il Veneto. Lui che ha sempre sentito in casa i racconti dei familiari, che erano stati prima emigranti nella Francia meridionale e poi in Corsica, dov’era nato suoi padre. Lui, che non si accontentava delle storie raccontate dai “grandi”, perché sapevano pochissimo di quello che affermavano. “Possedevano brandelli di esperienza che facevano diventare giudizi e che orientavano le loro scelte perché scegliere era inevitabile”, senza rendersi conti che “la loro conoscenza delle cose era misera e il loro potere di incidere sulla realtà era insignificante (sì, proprio loro. che a me sembravano impegnati nel dominio della realtà)”.

E allora, il bambino, il ragazzo Villalta era andato a cercare le risposte dentro i libri. Provocando, però, un’ondata di diffidenza in chi non si fidava di quella “conoscenza diversa dalla loro”. E che da subito era stata bollata come “futile e inefficace”, proprio perché proveniva non dall’esperienza diretta. Ma da astratti oggetti di carta: romanzi, saggi. Prodotti della fantasia, insomma.

Eppure, a cercarla bene, la memoria in qualche modo riusciva a sfuggire al controllo, dentro quei libri. Come nel “Martin Muma” di Ligio Zanini. Un poeta, un pescatore di Rovigno, che era stato internato a Goli Otok ed era riuscito a ritornare alla vita da quell’inferno. Ma che, in qualche modo, nemmeno nel suo ruvido, piccolo, appartato capolavoro era riuscito a liberarsi dai fantasmi dell’isola che si trova nel Canale della Morlacca, tra Rab e la costa della Dalmazia. Perché, come avrebbe detto anni dopo il poeta Ante Zemljar, incalzato dal giornalista e scrittore Giacomo Scotti che chiedeva ai sopravvissuti dell’Isola Calva “perché non avete reso testimonianza?”: “Uscendo dal gulag, noi non riacquistammo la libertà, abbiamo continuato a vivere in un carcere senza sbarre, ma con gli sbirri intorno per ben quarant’anni”.

Ma allora, per Villalta il ragionare oggi intorno al mistero Goli Otok, alla capacità di poter controllare delle persone fino a saper trasformare l’essere soli con se stessi nella più spaventosa e invalicabile delle prigioni, quella mentale, diventa anche un continuo, pressante, doloroso e impietoso interrogarsi. Per capire quanto, dentro di noi, sia fragile la “capacità di giudizio sugli eventi della storia e della politica”. E quanto, però, quel giudizio sia necessario, imprescindibile. Proprio nel momento in cui ci rendiamo conto che nessuno di noi è stato protagonista diretto degli orrori della Storia. Ma deve, in ogni caso, pronunciarsi su qualcosa che gli è stato trasmesso da testimoni. Da componenti della propria famiglia, amici, conoscenti, o semplici portatori di un’esperienza dolorosa.

Goli Otok spinge Villalta a fare ancora un passo più in là. Quando si dice convinto che la generazione nutrita con il racconto dei testimoni diretti non sia riuscita “a trasformare il valore di quelle esperienze cruciali in altri valori, altre esperienze altrettanto importanti”. Perdendo l’occasione di “elaborare realmente una narrazione di vita buona, esemplare, per un tempo di pace e democrazia”. Troppo a lungo, insomma, i valori dell’eroismo e dell’esperienza sono rimasti i paradigmi sui quali misurare il senso dell’esistenza: “E ancora mi pare che stancamente si attinga da quel pozzo – scrive – che pare senza fondo, ma che forse è secco da tempo”.

Come meravigliarsi, adesso, se questa nostra Italia, ma forse l’Europa intera, non riesce più a vivere modellando il proprio orizzonte sui moniti che arrivano dal passato? Come stupirsi se tutto ritorna in gioco, riacquistando una stupefacente verginità, anche le esperienze politiche dei fascismi e dei comunismi che hanno seminato nel tempo morti, lager, gulag, terrore? Forse è troppo tardi, dice Villalta, per liberarsi dal peso ossessivo di un passato che non passa mai. Con cui non siamo riusciti a chiudere i conti elaborando “una narrazione che si radichi nella vita sociale e civile più recente”. Un pensiero, insomma, su cui fondare il senso della nostra esistenza “che possa prescindere dalle immagini e dalle testimonianze dell’orrore annuncianti e conseguenti la seconda guerra mondiale”.

Sembra giusto chiedersi, con Villalta: noi, per che cosa saremo ricordati?

<Alessandro Mezzena Lona

 

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