• 08/03/2018

Gian Mario Villalta, la memoria è un peso sullo stomaco

Gian Mario Villalta, la memoria è un peso sullo stomaco

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Le stalle avevano ancora un buon odore, negli anni ’60. Si poteva trascorrere lì le serate più fredde, respirare il profumo del fieno e il fiato caldo delle bestie, portare una tinozza d’acqua bollente e lavarsi, ascoltare le storie che raccontavano i nonni, i genitori. I campi non puzzavano come fossero una fetida latrina. La provincia difendeva i suoi ritmi con flemmatica testardaggine. Riti di un mondo ordinato, dove c’erano regole precise. Dove i piccoli dovevano portare rispetto ai grandi. Dove chi alzava le mani, picchiava con il bastone, lo faceva con la convinzione che quello fosse il suo mandato: raddrizzare le piante che crescevano storte. Fare in modo che le donne imparassero a non valicare il loro ruolo di madri, mogli, casalinghe. E che i ragazzi, un giorno, trovassero il loro giusto posto all’interno di un disegno sociale condiviso.

Era un microcosmo, quello, da raccontare senza nostalgia. Da guardare con gli occhi del presente trovando il coraggio di fare i conti con il passato. Senza lasciarsi cullare da distorsioni della memoria. Senza emettere frettolose condanne. “Non dico che era una buona cosa, dico che era diverso”, scrive Gian Mario Villalta in un passaggio del suo nuovo romanzo “Bestia da latte” (pagg. 160, euro 16) pubblicato dalla casa editrice milanese Sem. Un libro di formazione, uno sguardo sul Nordest degli anni ’60 tracciato con limpida precisione e geometrica emozione. Un viaggio nel passato che non assolve e non assegna pene, che non fa sconti e non attribuisce meriti. Ma osserva, ricorda, racconta.

C’è la forza del poeta Gian Mario Villalta, in questo libro. Il fascino dei suoi versi scritti nel dialetto di Visinale di Pasiano, il paese in provincia di Pordenone dove è nato e cresciuto, come “Vose de vose”. Ma anche la forza visionaria delle liriche in italiano: “L’erba in tasca”, “Vedere al buio”, “Vanità della mente”. Ec’è anche la capacità di trasformare il talento narrativo (dimostrato soprattutto in libri come “Tuo figlio”, “Alla fine di un’infanzia felice”) del romanziere Villalta, che tra l’altro è direttore del Festival Pordenonelegge, in una prosa più secca, più trattenuta e contenuta. Capace di condividere ragionamenti, ricordi, messe a fuoco di alcuni angoli in penombra del nostro tempo, con la colloquiale capacità saggistica di “Padroni a casa nostra” e del recentissimo “L’isola senza memoria”.

C’è il Nordest dei contadini al centro della “Bestia da latte”. Un mondo lontano dalla Sardegna di “Padre padrone”, il romanzo shock scritto da Gavino Ledda nel 1975. Perché qui non c’è la violenza condivisa e accettata dell’educazione di un pastore. Ma qualcosa di più subdolo. Un microcosmo di cattiverie, sorprusi, maldicenze, di pregiudizi e scaramanzie, di cose taciute e altre che è meglio far finta di non vedere. Una società ancorata a regole non scritte, dove il più debole finiva sempre per soccombere. Come la zia Anna, troppo bella per vivere in quella claustrofobica prigione, troppo attraente per essere difesa dalle avance dei maschi, di quelli più grandi più vecchi. Al punto che, perfino suo padre, preferirà esorcizzarla, farla sparire da quel piccolo mondo, lasciare che faccia la sua vita emancipata lontano dal paese. Pur di non proteggerla, di non difenderla. Pur di non ammettere che la donna non era e non è soltanto un essere subalterno. E che aveva, e ha, il diritto di scegliere come indirizzare le proprie giornate.

Ma Villalta racconta un mondo dove l’orizzonte confinava con il campi, la stalla e la fattoria. Dove si dividevano le bestie in due categorie: quelle da carne, utili, forti, pronte al sacrificio della morte per sfamare chi le ha allevate. E quelle da latte, più fragili, da proteggere e curare con attenzione. Ma guardate anche con un certo disprezzo, perché non sarebbero mai state ben piantate al centro della vita. Come il protagonista del romanzo, un ragazzino sensibile e bravo a scuola, intelligente, innamorato dei libri e pronto a trovare un’altra strada, la sua, nel mondo. Lontano dai riti arcaici del paese. Un bersaglio perfetto, una vittima sacrificale da offrire alla violenza del cugino Giuseppe. Il figlio della chiachieratissima zia Anna, scappata troppo presto per non sentirsi chiamare puttana da tutti. Incapace di occuparsi di quel bambino, dal momento che prima doveva cercare di dare un senso alla propria esistenza. Per trovare qualcosa che andasse al di là delle occhiate imbarazzanti sopportate fin da ragazzina, dei complimenti volgari e delle sudice carezze.

E in quel mondo dove il nonno, al ritorno dalle sue alcoliche visite in paese, può pestare a sangue il nipote nato dalla figlia bella e imbarazzante, senza che nessuno intervenga a difendere la vittima, è quasi normale che poi Giuseppe diventi il carnefice del fragile protagonista. Mascherando le sue violenze da bullo in divertenti, ruvidi scherzi. Incassando la miope, ignava complicità degli adulti. E proprio in quei silenzi, nell’indifferenza dei genitori del protagonista, matura la tragedia, che non si compie soltanto per puro caso. Perché dopo l’ennesima, gratuita, bestiale violenza, anche la mite bestia da latte può provare il desiderio di vedere scorrere il sangue.

Perché, in fondo, era l’ossessione del comando a fare da spina dorsale a quel mondo. Una guerra silenziosa, infinita, giocata con piccoli movimenti di truppe. Un conflitto che vedeva opporsi, in maniera subdola e molto spesso melliflua, il nonno e la nuora, i figli e i nipoti, la zia troppo bella e la sorella che dalla vita si sentiva torteggiata. Un conflitto tattico, di posizione, dove i più piccoli finivano per replicare, a modo loro, strategie assai simili. E visto che il benessere, in quell’angolo di Friuli al confine con il Veneto, non era ancora arrivato, visto che l’ossessione e i benefici del soldi, del boom economico, erano ancora lontani sull’orizzonte, allora lo stabilire chi contava di più all’interno della grande casa patriarcale, assumeva un sapore, un significato forte.

Spingendosi senza paura in un passato che conosce bene, e che regala ricordi forti come un pugno nello stomaco, nel suo “Bestia da latte”, forse il libro più bello e doloroso che ha scritto finora, Villalta non poteva evitare di riportare nel finale della storia lo sguardo sul presente. Per ragionare su quanto sia cambiato il rapporto tra padri e figli, su come sia impossibile oggi dividere ancora gli adolescenti tra bestie da carne e da latte. Perché le basi stesse di quel mondo, di quel modello sociale degli anni ’60, non esistono più. Eppure, il rischio di trovarsi prigionieri della violenza dei propri coetanei, di qualche improvvisato stalker che sta in agguato nei meandri del web, è sempre presente. Oggi infatti, al silenzio complice e ottuso del passato si è aggiunta un’irridente indifferenza. E la paura di chiamare le cose con il proprio nome.

<Alessandro Mezzena Lona

 

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