• 07/03/2018

Roman Polanski, così si perseguita una scrittrice

Roman Polanski, così si perseguita una scrittrice

1024 576 alemezlo
Si può prendere un romanzo, amarlo tanto da volerlo portare sul grande schermo, e poi massacrarlo. Il cinema, purtroppo, ci ha abituati a una lunga serie di film mediocri, per non dire sfacciatamente brutti, tratti da libri decisamente belli. Un caso per tutti? “L’amante”, che nel 1992 il regista francese Jean Jacques Annaud modellò ispirandosi a quello splendido romanzo che è “L’amante” di Marguerite Duras. E che fece infuriare la scrittrice della “Diga sul Pacifico” al punto da convincerla a mettere mano, e poi pubblicare, “L’amante della Cina del Nord”, per raccontare la storia che la pellicola aveva stravolto, banalizzato, cambiato, senza tenere conto che che la forza della trama stava nel fatto che conteneva una scheggia della vita reale, dell’adolescenza dell’autrice.

Ma si può anche prendere un romanzo, amarlo tanto da volerlo portare sul grande schermo, rispettarlo in maniera quasi maniacale nella sua struttura narrativa. E poi? Perdere per strada un po’ di quella forza, di quella perturbante carica narrativa che contiene l’originale. “Quello che non so di lei”, il nuovo film del regista ottantacinquenne Roman Polanski, contiene in sé un grande pregio e un grande difetto. Di certo, il cineasta di origine polacca ha letto, amato e deciso di trasformare in pellicola con grande sensibilità il romanzo di Delphine de Vigan “Da una storia vera”, tradotto in italiano l’anno scorso da Elena Cappellini per Mondadori (pagg. 302, euro 19). Ma, al tempo stesso, non ha trovato il coraggio di scrollarsi di dosso quell’intento didascalico, quella correttezza filologica che finiscono per trasformare sempre un’opera cinematografica, tratta a sua volta da un’opera letteraria, in un compitino quasi perfetto, eppure avaro di emozioni.

Francese di Boulogne-Billancourt, Delphine de Vigan ha incassato un successo clamoroso con il romanzo di debutto “Gli effetti secondari dei sogni”. E la fortuna le ha sorriso anche alla seconda prova, “Niente si oppone alla notte”, in cui raccontava il tema crudo e dolorosissimo del suicidio della madre. Dopo “Le ore sotterranee”, del 2010, attorno alla scrittrice è sceso un fitto silenzio. E ci son voluti sei anni prima che in Francia apparisse, nel 2016, “Da una storia vera”. Elettrizzante e perturbante storia di una scrittrice che, dopo un libro di successo, entra nel tunnel infinito di una crisi creativa. E si illude di poterne uscire quando incontra una giovane e affascinante donna. Una ghostwriter, L., che si insinua nella sua vita, prende possesso del disagio e della solitudine in cui Delphine si è rinchiusa. Fino a dettarle le idee su cosa scrivere, su come comportarsi con l’editore e con i lettori, perfino su come gestire la sua storia d’amore con un famoso giornalista letterario.

Scritto rendendo esplicito omaggio a Stephen King, e al suo capolavoro “Misery” (da cui Rob Reiner ha tratto, nel 1990, il suo film “Misery non deve morire” con il Premio Oscar e Golden Globe Kathy Bates nella parte di Annie Wilkes e James Caan in quella dello scrittore Paul Sheldon), “Da una storia vera” gioca fin dall’inizio sull’ambiguità. Perché Delphine de Vigan racconta la discesa nel baratro della depressione e della manipolazione da parte di L. della protagonista Delphine come se stesse mettendo in fila gli episodi di un incubo vissuto lei per prima. Ed è proprio lì, al centro dell’equivoco, dell’incerto, continuo procedere tra realtà e finzione, che il romanzo risucchia il lettore dentro il gorgo vorticoso delle pagine. Tanto che, fino all’ultima riga, è difficile stabilire se l’affascinante stalker esiste davvero. Se è solo la copia di carta di qualcuno entrato a gamba tesa nella vita della scrittrice. Oppure se si tratta soltanto di un inquieto, e inquietante, spettro partorito dalla stanchezza, dalla paura di non riuscire a scrivere un nuovo bestseller. Dalla solitudine che si insinua nella vita di moltissimi personaggi amati e corteggiati sotto le luci della ribalta, ma poi destinati a un grande vuoto affettivo nel privato.

Roman Polanski, dall’alto di film strepitosi come “Rosemary’s baby”, “L’inquilino del terzo piano”, “L’uomo nell’ombra”, ha deciso di rispettare fino alle virgole la trasposizione dal libro al cinema. Affidando tutto il peso della pellicola a due donne. E bisogna dire subito che Emmanuelle Seigner, nel ruolo di Delphine, e una splendida Eva Green, in quello di L., riescono a reggere con disarmante bravura e professionalità il peso di un copione che le vede praticamente sempre sotto l’occhio della cinepresa. Scrutate fin nell’intimo, vivisezionate nelle loro emozioni più segrete.

Quello che, forse, non convince in pieno del film è la scelta di raccontare una storia così forte accelerando i tempi. Permettendo che il sorriso dolce e ambiguo della ghostwriter si trasformi quasi subito in una sorta di ghigno da strega cattiva. Trasformando il momento di assenza di idee, di crisi autoriale della scrittrice, in un tonfo troppo precipitoso verso la depressione più nera.

Presentato al Festival di Cannes, recitato con grande professionalità da una Emmanuelle Seigner provata dalla vita e da una Eva Green perfetta nei panni della mantide addolorata e diabolica, “Quello che non so di lei” costruisce su questo duetto/duello un ritmo narrativo serrato ma non esagerato. E Polanski, da par suo, sa tenere ben strette in mano le redini di un thriller psicologico sicuramente originale e ben raccontato. Peccato soltanto che il regista non abbia osato di più. Perché qualche tradimento in guanti bianchi al libro, capace di inventare situazioni forti dal punto di vista visivo, e di conseguenza anche narrativo, avrebbe fatto della pellicola un piccolo gioiello.

<Alessandro Mezzena Lona

 

Subscribe to our newsletter