• 05/09/2020

Premio Campiello, vince il “matto” di Remo Rapino

Premio Campiello, vince il “matto” di Remo Rapino

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Il Campiello incorona un cocciamatte. Un anima candida, lo scemo del villaggio. Quello che Remo Rapino, trionfatore inaspettato e non pronosticato del Premio 2020, ama definire un incrocio tra Don Chisciotte e Forrest Gump. “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, suo primo romanzo, decreta anche il successo della casa editrice che ha creduto in lui. Da anni minimum fax che sta facendo un ottimo lavoro. Andando a scoprire, o riscoprire, autori che, spesso molto in fretta, diventano autentici personaggi di culto.

Alle spalle di Remo Rapino, ex professore di Storia e Filosofia, che vive a Lanciano e ha totalizzato 92 voti, si è piazzato Sandro Frizziero con “Sommersione”, pubblicato da Fazi Editore. Un romanzo che non abbassa mai gli occhi davanti alla realtà. E che racconta un vecchio pescatore, vedovo, arrivato alla fine della vita in un isola dispersa in fondo all’Adriatico, incapace di credere nemmeno in se stesso, che pagina dopo pagina intona un inno alla scorrettezza. Elabora una lunga, sfacciata confessione elencando con sadica amarezza tutto il male fatto. Alle spalle del professore-scrittore di Chioggia si sono classificati Ade Zeno con “L’incanto del pesce luna” (Bollati Boringhieri) 44 voti, Francesco Guccini con “Tralummescuro” (Giunti) 39 voti, e Patrizia Cavalli che ha raccolto soltanto 31 preferenze con il suo libro “Con passi giapponesi” (Einaudi).

Quest’edizione numero 58 del Campiello è stata, fino all’ultimo, lì a incrociare le dita, insieme a tutte le persone che fanno parte dello staff organizzativo, per il continuo, lento, ma inesorabile riapparire in Italia di casi di contagio da Coronavirus (che hanno travolto anche personaggi pronti a urlare in giro che non c’è più pericolo, che si può ritornare a una vita normale).

E bisogna dire che la scelta, obbligatoria, di spostare il Campiello dal Teatro La Fenice in quella che è forse la piazza più bella del mondo, al cospetto della monumentale Basilica di San Marco a Venezia, si è rivelata una soluzione di ripiego indubbiamente affascinante e scenografica. Sul palco, davanti a una platea gremita di industriali, politici, vip e persone qualunque, il rito del Premio è stato officiato dalla giornalista televisiva Cristina Parodi. Non poteva mancare un commosso ricordo di Philippe Daverio, il critico d’arte che ha fatto parte per una quindicina d’anni della Giuria dei Letterati, guidata quest’anno dall’ex direttore del “Corriere della Sera” Paolo Mieli.

L’attenzione per la lingua, la cura di testi, che hanno portato il valore letterario “alto” al centro di un premio letterario importante, ma anche pop, come il Campiello, lo si deve a un ex professore di Storia e Filosofia. Remo Rapino, infatti, ha voluto raccontare vita, morte e miracoli del suo Bonfiglio Liborio inventando un impasto linguistico in cui il dialetto, un italiano gergale e popolare, oltre ad alcune parole inventate apposta, si sono fusi perfettamente. “La mia sfida è partita da un verso di un canzone di Fabrizio De André – ha raccontato -. In ‘Un matto’, infatti, canta ‘E la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa’. Ecco, Liborio è un’anima candida. Forse un matto, o un cocciamatte come lo chiamano nel suo paese, un emarginato. Ma è anche un personaggio perfetto per guardare il divenire del ‘900, fino al passaggio al terzo millennio, con occhi incantati e limpidi. Perché si trova in una periferia dell’esistenza. Insomma, volevo inventare un tipo che potesse contenere in sé qualcosa di Don Chisciotte e di Forrest Gump. Sempre alle prese con un amore impossibile e con una realtà in cui, per lui, farsi spazio è davvero complicato”.

Che Sandro Frizziero, docente di Lettere negli istituti superiori a Chioggia, arrivato al debutto letterario nel 2018 con “Confessioni di un NEET”, volesse rompere con una tradizione narrativa ormai consolidata, lo si capiva già dalla sua decisione di raccontare l’intera storia non usando la prima o la terza persona, ma un. “tu” ormai desueto. “Volevo cambiare prospettiva, costringere il lettore a guardare la storia da una prospettiva molto personale – ha detto -. E, soprattutto, mi interessava esplorare un lato umano che troppo spesso gli scrittori trascurano: il male. Senza inventarsi per forza qualche soluzione consolatoria. Per costringere chi si immergerà tra queste pagine a provare una vicinanza umana per il mio pessimo pescatore. Nel momento in cui si renderà conto che ognuno di noi potrebbe finire per assomigliare a lui. Io stesso porto dentro di me una parte del pescatore. E questo mi spaventa, però non posso nasconderlo. Volevo, insomma, dare voce alla nostra fragilità”.

Inutile nasconderlo. Anche se non ha vinto, la star di quest’edizione del Campiello è stato Francesco Guccini. Imprestato alla letteratura, come ha continuato a sottolineare con una punta di cattiveria chi non lo ama, fino a un certo punto. Basterebbe ricordare, infatti, che il suo primo libro, “Cròniche epafàniche”, è uscito per Fetrinelli oltre trent’anni fa: nel 1989. E che lo stesso cantautore ha indicato come proprio quel suo primo esperimento sia stato l’apripista di “Tralummescuro”, per il suo pervicace desiderio di non staccarsi dai ricordi dell’ìnfanzia legati a Pàvana, il paese sospeso tra l’Emilia e la Toscana, simbolo della giovinezza del musicista modenese. “Scrivere – ha spiegato Guccini – per me è sempre stato più facile che comporre canzoni. Tanto che fin da bambino, a chi mi chiedeva che cosa volessi fare da grande rispondevo senza esitazioni: lo scrittore. Infatti, i miei brani, se andate a riascoltarli, sono storie. Racconti, focalizzati su un personaggio preciso”.

E se le canzoni nascevano sempre da un giro di accordi, e dalle prime strofe che dovevano, poi, essere già quasi perfette, per tirarsi dietro il resto del testo, i libri di Guccini possono essere definiti una vera e propria sfida al disordine. “Quando usavo la macchina da scrivere, finito sempre per perdere qualche foglio – ha detto il cantautore de ‘La locomotiva’ e ‘L’avvelenata’ -. Adesso, invece, resta tutto nella memoria del computer. così, almeno, non devo ogni volta sforzarmi di ricostruire quello che pensavo di avere, in qualche modo, già lasciato alle spalle”. E se non scrive più canzoni, non è per pigrizia. “Non mi vengono più. Credo si sia esaurito il mio rapporto con la musica”. Al contrario, progettare un nuovo libro, e poi dargli forma, è molto più semplice. Sia che la scrittura coinvolga un altro partner come Loriano Macchiavelli, con cui ha dato vita alla lunga e fortunata serie di polizieschi dedicati al maresciallo Benedetto Santovito, sia che vadano verso tutt’altre traiettorie. “In ‘Tralummescuro’ ho voluto far vivre, ancora una volta, la parlata di Pàvana, i suoi oggetti, i riti e i tempi che scandivano le giornate. Un mondo, insomma, che è ormai scomparso”.

Nascosto dietro lo pseudonimo Ade Zeno, lo scrittore di Torino ha preso se stesso come modelle per il suo personaggio Gonzalo. “Solo in parte – ha confessato – per esempio, per la mia esperienza nel campo della cremazione. Per il resto, ho voluto esplorare il lato buio di un uomo che finisce per compiere delle cose ignobili per amore della figlia ammalata. E proprio questa è la domanda che sta alla base della mia storia: che cosa siamo disposti a fare per amore?”. “L’incanto del pesce luna” è un romanzo in cui lo scrittore, che ha esordito nel 2009 con “Argomenti per l’inferno”, si è divertito a giocare mescolando suggestioni e temi di diversi generi letterari.

Grande voce della poesia italiana, Patrizia Cavalli si è ritrovata tra i finalisti del Campiello felice e confuse. E anche terribilmente affaticata dal lungo rituale di incontri, interviste, seppure quest’anno snellito dai rigidi protocolli imposti dall’emergenza sanitaria. “I miei ‘Passi giapponesi’ non sono nati a tavolino. È impossibile progettare in maniera fredda, calcolata, un libro così. A un certo punto, ho provato il desiderio di raccogliere alcune pagine in prosa che avevo scritto nel corso degli anni. E siccome non sono brava con le cronologie, faccio fatica a datarli con precisione. Poi, altri testi si sono aggiunti. E adesso, eccomi qui, finalista al Campiello. Oggetto di un’attenzione a cui non ero abituata”. Tra pochi giorni, Einaudi pubblicherà un nuovo volume di versi della scrittrice nata a Todi, che vive da tempo a Roma. Si intitola “Vita meravigliosa”. Una sorta di summa della sua poesia che passa pere le ossessioni ricorrenti, i temi e i molteplici registri stilistici che caratterizzano l’opera lirica di questa grande autrice.

Quest’anno, la Fondazione Il Campiello ha deciso di assegnare il premio alla carriera ad Alessandro Baricco. Pensando non soltanto al lavoro di scrittore, iniziato con due libri folgoranti come “Castelli di rabbia” e “Oceano mare” e proseguito poi con altri romanzi, testi teatrali e saggi non sempre all’altezza delle aspettative. Ma anche per il lavoro culturale svolto soprattutto con l’ideazione e la realizzazione della Scuola di scrittura Holden a Torino. “Per vivere davvero il futuro ci serve intelligenza. Ma una forma nuova. Quella dei ragazzi che oggi hanno 12, 13 anni. Che non hanno addosso tutto il peso di un secolo terribile come il ‘900, che ha seminato troppi orrori per farci provare nostalgia”.

Il Campiello  Giovani ha portato alla ribalta un ventenne di Napoli, Michela Panichi. Il suo racconto “Meduse” è stato giudicato il migliore tra i cinque approdati in finale. “Spero sia solo un punto di partenza, e non un traguardo. Seppure importante. Io amo scrivere, e vorrei continuare a farlo”. Speriamo che gli editori non facciano precipitare in fretta questo sogno. La strada che porta alla pubblicazione, infatti, è disseminata di difficoltà. Lo sa bene Veronica Galletta, ingegnere idraulico di mestiere, vincitrice del Campiello Opera Prima con il bellissimo romanzo “Le isole di Norman” (Italo Svevo editore), ambientato a Ortigia. Apprezzatissimo dalla giuria del Premio Calvino, è rimasto chiuso nella memoria del computer dell’autrice per cinque anni. “Per scaramanzia preferisco non parlare troppo del nuovo libro a cui sto lavorando – ha spiegato la scrittrice nata a Siracusa, che vive da tempo a Livorno -. Anche perché me lo porto dietro da un po’ di tempo. E spero davvero di pubblicarlo senza dover aspettare troppo”.

<Alessandro Mezzena Lona

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